Il planetario

La curiosità, si sa, è donna; e la mia è stata destata proprio in occasione di Infinitamente, festival di scienze e arti a Verona, svoltosi dal 10 al 16 marzo.
Leggendo ‘planetario’ e tutta l’infiocchettata presentazione d’accompagnamento sulla brochure, «Una “pas- seggiata” indimenticabile fra galassie e nebulose per scoprire in modo nuovo il fascino dell’astronomia», ho sentito che dentro di me si stava spalancando un orizzonte nuovo fatto di astri, oscurità scintillanti e curvature ellissoidali. Insomma, mi stavo già immaginando all’interno del planetario, con il naso all’in su ad ammirare le stelle e con le orecchie tese a scoprire i misteri del cosmo. Entusiasta, mi mobilito alla ricerca di un accompagnatore (sono sempre stata un tipo romantico), e lo trovo.

Entro nel Palazzo della Gran Guardia (dalla porta sbagliata), seguo le indicazioni con un occhio, mentre con l’altro controllo il cellulare e di conseguenza le sorti del mio accompagnatore che, nemmeno a dirlo, è in ritardo (è un ragazzo moderno, lui). Alzo il capo e fisso la meraviglia scientifica. Perplessa, metto meglio a fuoco il planetario d’ultima generazione e, indecisa se attribuirgli una certa parentela con un igloo, una vagina o un misto tra i due, decido che ‘palla’ è il nome piú adatto a comunicare la mia posizione all’accompagnatore che, trafelato, si barcamena ancora nel traffico veronese. Lo vedo arrivare in lontananza e mano a mano che la distanza si accorcia la sua espressione si fa sempre piú somigliante alla mia. Ecco, è fatta: l’associazione con la vagina gli è appena balenata in mente, e un sorriso sornione arriccia le labbra che fino a poco prima erano perturbate dal ritardo.

Non bisogna certo soffermarsi sull’apparenza delle cose: forti di questa convinzione, ci avviamo in direzione della vagi-entrata, per scoprire subito che la visita è posticipata di mezz’ora. L’accompagnatore mi fissa ancora con il fiatone, io sorrido imbarazzata e cerco di sdrammatizzare proponendo una passeggiata. Trascorsa la mezz’ora, eccoci pronti a entrare all’interno della cupola gonfiabile, che prontamente si sgonfia pochi minuti dopo il nostro ingresso. Mi volto alla ricerca del mio accompagnatore e lo intravedo nella semioscurità con le braccia alzate e le mani ben puntellate sulla volta della “palla”. Come lui, anche altri due uomini si immolano eroicamente per salvare donne e bambini (è anche uomo d’altri tempi, lui). Usciamo e rientriamo, con la speranza di intravedere qualche stella; a questo punto mi accontento anche di una lampadina a intermittenza. Seduta su un cuscino e in cerchio con gli altri, mi sento molto indiana d’America, quindi mi concentro, cercando di prestare attenzione su ciò che la curatrice dell’evento tenta di spiegare oltrepassando il nebuloso vociare delle persone che sono rimaste all’esterno e di sicuro ignorano l’insonorizzazione della cupola.

Il culmine dell’incredulità, tuttavia, viene raggiunto poco prima della fine della “passeggiata” indimenticabile per merito della spiegazione fantasiosa (tutt’altro che scientifica) che la curatrice fornisce ai presenti sulle fasi lunari; perché, contrariamente agli studi astronomici ufficiali condotti fino a oggi, tali fasi riguardano esclusivamente la Luna e il Sole. Mentre il pianeta Terra è totalmente escluso da siffatte quadrature cosmiche.

Francesca Assenza

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