La storia infoibata

Come vi sentireste se da un giorno all’altro vi proibissero di essere ciò che siete?
Immaginate di venire messi da parte per il semplice fatto di essere italiani, per il solo fatto di parlare la vostra lingua madre. Bene: vi siete appena immedesimati in uno jugoslavo degli anni in cui Istria e Dalmazia erano “cosa nostra”; un tempo in cui l’Italia era un impero, in cui il potere era rappresentato da una sola persona. Un tempo in cui, per diretto ordine di Mussolini, la popolazione slava presente entro i nuovi confini italiani era obbligata a fare a meno dei propri tratti distintivi. In poche parole, queste persone non potevano essere sé stesse.

Poi venne la lunga guerra, e quanto successo negli ultimi mesi e negli anni a venire è rimasto poco impresso nelle nostre coscienze, abituate a nutrirsi solo di quanto viene offerto da certi personaggi. Un vezzo tutto italiano è quello di ricordare solo la storia che che ci ha colpiti direttamente facendoci apparire vittime, contribuendo alla formazione del pensiero comune “italiani brava gente”. Tale vezzo ci ha portati a ricordare la parte delle foibe che ci fa comodo, cancellando la verità riguardante gli stermini operati dai soldati fascisti prima e durante la guerra, a partire dal giorno in cui a Dignano venne affisso il messaggio: «Si proibisce nel modo piú assoluto che nei ritrovi pubblici e per le strade di Dignano si canti o si parli in lingua slava. Anche nei negozi di qualsiasi genere deve essere una buona volta adoperata solo la lingua italiana. Noi Squadristi, con metodi persuasivi, faremo rispettare il presente ordine».

È strano che certi partitucoli, nostalgici di un periodo storico che ci ha portati alla rovina (mai superata), non nominino i lager italiani presenti in terra jugoslava, nei quali vennero deportati oltre trentamila jugoslavi (non si sente nulla sui campi di Gonars e la Risiera di San Sabba). Che non si citino le duecentocinquantamila vittime jugoslave delle brutalità nazi-fasciste. Che si parli cosí poco di foibe, preferendo urlare «Tito boia!», con la consapevolezza di non raccontare la storia per intero. Tuttavia, penso che questi individui non posseggano tale consapevolezza: fanno solo i propri interessi, ripetendo a pappagallo slogan e motti che andrebbero sì “infoibati”, per non essere mai piú pronunciati. Eppure a tali persone non succede mai niente: quando fa comodo non esiste il reato di lesa memoria. Signori miei, le foibe furono una tragedia per entrambi i popoli, inutile negarlo, e voi, spavaldi e incattiviti, che urlate «Tito boia!» verso chi vuole solo fare chiarezza su questa pagina nera della storia, non siete migliori degli assassini delle foibe.

È giusto ricordare e voglio farlo, ma nel modo corretto. Un ringraziamento speciale va all’Università e al Consiglio degli Studenti (vero, Omar Rahman?), così attenti alla diffusione della cultura, da fare di tutto affinché un tentativo di chiarimento imparziale venisse ostacolato. Complimenti, davvero.

Emanuele Secco

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