Barriere

Kawergosk. Kurdistan iracheno. Marzo 2014.
Nel campo sfollati di Kawergosk, nel nord dell’Iraq, non si piange più. Non ha più senso. Dallo scoppio delle primavere arabe che nel corso del 2011 hanno coinvolto i paesi islamici, la Siria più di tutti ha conosciuto gli orrori della guerra civile. Sono oltre 12.000 i rifugiati del campo, per la maggior parte donne e bambini. Persone infrante, costrette alla fuga, stritolate e poi fagocitate dal proprio paese, magari nel corso di una sola notte. Persone che, nonostante abbiano perso tutto, rimangono saldamente attaccate a quella parvenza di dignità che permette loro di sopravvivere. Ed è proprio questo che si percepisce: una involontaria pulsazione alla vita, accostata al desiderio di ordinarietà perduta. Dietro a quei volti rassegnati si cela lo sgomento di chi ha smarrito la propria dimensione morale, all’interno di una realtà che gli non appartiene, ma che deve accettare; non per scelta, ma per necessità. A tutto ciò si aggiunge la consapevolezza di essere estranei in terra altrui, disagio mitigato in parte dall’estrema ospitalità che il popolo curdo-iracheno ha dimostrato nei confronti di questi sfollati, ai quali ha aperto le proprie frontiere, offrendo un rifugio, tendendo una mano, un’ancora di salvezza.

Italia. 2 aprile 2014.
Massimiliano Fedriga, intraprendente deputato della Repubblica italiana tra i banchi della Lega Nord, si scaglia contro il governo dopo l’approvazione del ddl sulle pene alternative al carcere, che contiene tra l’altro anche la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Fedriga, il cui passato politico ci suggerisce non essere uno strenuo difensore della diversità culturale, acclama a gran voce (tanto poi da essere espulso dall’aula) il totale ripristino del reato d’immigrazione clandestina, principio secondo il quale le parole profugo e criminale sarebbero sinonimi.
Qualche ora dopo non tardano ad arrivare le filantropiche parole del compagno in armi e segretario federale leghista Matteo Salvini: «Se i clandestini fanno lo sciopero della fame, almeno risparmiamo qualche quattrino […] quelli che vengono definiti profughi vanno chiamati clandestini e i ministri che li difendono a discapito degli italiani, vadano pure a fare i politici in Africa».
Dopo averlo ascoltato (per quanto sia possibile ascoltare chi afferma che esistono essere umani di classe A e di classe B), l’indignazione e la frustrazione hanno subito lasciato il posto al ragionamento e i miei pensieri sono volati al Kurdistan iracheno, terra povera e inospitale, prevalentemente montuosa, regione di uno stato la cui storia recente ha conosciuto morte e miseria. Forse sono proprio queste le motivazioni che hanno permesso ai migliaia di sfollati siriani di confluire sul territorio confinante: chi ha vissuto il dramma della guerra, chi ha guardato negli occhi la sofferenza, non permetterebbe mai che quanto accadutogli possa riproporsi altrove. In quanti sarebbero periti se il governo federale curdo non avesse deciso di aprire le frontiere?

Ma a questo i Salvini e i Fedriga non pensano, sono troppo impegnati a nascondersi dietro una parvenza patriottica che a seconda dei contesti e delle opportunità (elettorali?) chiamano Nord, Padania o Veneto. Entità astratte in un epoca che fa rotta verso il comunitarismo, la costruzione di una nuova Europa, fondata sull’accettazione e la tolleranza. I Salvini e i Fedriga tremano di fronte ai concetti di interculturalità e accettazione, rinchiusi dentro alle loro torri d’avorio ( no, l’avorio è tendenzialmente d’importazione africana, probilmente preferirebbero un buon basalto di origine protetta), schiavi dei loro stessi luoghi comuni e delle loro barriere mentali.
In fondo il grado di civiltà di un popolo non si misura dal PIL, ma piuttosto dalla capacità di vedere l’altro da noi come una risorsa e non come un pericolo. Fino a quando il profugo verrà etichettato come l’attentatore straniero alla democrazia occidentale, allora anche il povero Kurdistan iracheno rimarrà un paese molto più civilizzato e solidale di qualsiasi governo occidentale moderno.

Riccardo Vincenzi

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