L’indipendenza ovaiola

Oggi voglio raccontarvi una favola. Abbandoniamo i toni seriosi dello scorso articolo e permettetemi di immedesimarmi in un novello Esopo. Questa volta vi racconterò la realtà con un tono piú leggero, con un’aura di magia a costellare il tutto e con scaltre gallinelle come protagoniste.
C’era una volta un contadino. Il nostro caro lavoratore aveva sí dei campi, ma la sua fonte di guadagno principale era il pollaio. E che pollaio, mi viene da dire: piú lungo che largo, pulito, bello che piú bello non si può e in cui terra e acqua non mancavano mai.
Questo pollaio era pieno di galline grasse che producevano un gran numero di uova al giorno. E fate attenzione, perché uova piú buone nel circondario non ve n’erano: ecco quindi spiegata la fortuna del caro villano.
Il contadino, per distribuire meglio il lavoro e i conti delle vendite, aveva deciso di dividere il pollaio in venti piccole parti. Ognuna di queste aveva una sua produzione giornaliera, raccolta dal padrone, che avrebbe poi ringraziato le galline con del buonissimo becchime. In poche parole, quello in questione era un pollaio con i fiocchi e il contadino non aveva nulla di cui lamentarsi.
Un bel giorno, il gruppo di nord-est decise che una parte delle uova prodotte le avrebbe tenute per sé, cosí da crescere per i fatti propri con sempre nuove galline che avrebbero prodotto sempre piú uova.
Queste gallinelle, furbe, nascosero allora i loro ovetti quando venne l’ora della raccolta. Il contadino, che non era un pozzo di scienza, non si accorse di nulla, poiché c’erano altri diciannove settori da tenere sotto controllo.
Fu cosí che le furbe gallinelle decisero che avrebbero continuato a nascondere i propri ovetti. «Tanto» pensarono «qualche uovo in piú o in meno non manderà mica in rovina il padrone, coccodè!».
Passarono i giorni, le settimane e i mesi, e le nostre care gallinelle continuarono a nascondere il proprio operato. Gli altri gruppi, vista la novità, decisero che anche loro dovevano seguire l’esempio. E allora, via: un uovo qua, un uovo là; ogni gruppo venne influenzato dall’avidità, giustificando le ruberie come risorsa necessaria per tirare a campare.
Ma le ruberie non erano nulla: pensate che tra tutte loro il contadino veniva dipinto come un ladro che pensa solo a intascare le uova che un’inerme gallinella ha faticato a produrre.
Finché il contadino entrò nel pollaio per il solito giro di raccolta. Non c’era nemmeno un uovo! «Chissà» pensò «magari non è giornata».
Settimane dopo, la situazione non era cambiata: niente uova da vendere. Finiti i soldi, il contadino decise di tornare nel pollaio per chiarire la vicenda. «Che fine hanno fatto le mie uova?» sbraitò con voce tonante. Tutte le ovaiole tacquero.
«Allora?» insistette lui. «Possibile che nessuna di voi sappia niente?»
Ancora nessuna risposta.
Il povero contadino, non vedendo altra soluzione, decise di porre fine alla storia: se non poteva guadagnare con le uova, avrebbe ridotto le galline a un tanto al chilo dal macellaio locale.
Non vi dico le gallinelle di nord-est: non appena videro l’ascia del contadino falciare il gruppo piú a sud decisero che era giunta l’ora di salvarsi.
«Sono state loro, coccodè!» gridarono indicando tutti gli altri gruppi. «Ci hanno rubato tutte le uova e se le sono tenute! Aiutaci, caro contadino, siamo disperate!» Il contadino decise allora che avrebbe salvato le gallinelle di nord-est, uccidendo tutte le altre.
Tra sangue, becchi spezzati, cosce spellate e McNuggets assortiti, il contadino riuscí a recuperare le perdite monetarie, ma non fu in grado di trovare altri guadagni sicuri. Cosí, non potendo piú pagare i conti, dovette abbandonare la propria casa finendo alcolizzato. Il pollaio cadde pian piano in rovina. Tuttavia, una cosa rimase in piedi: una bandiera rossa e gialla raffigurante il sacro simbolo dell’indipendenza ovaiola: l’effige di san Gallo della Serenissima. Le galline avevano trovato la propria indipendenza: era ora di darsi da fare e vendere le uova in eccesso.
Come ben immaginate, le scaltre gallinelle non ebbero vita lunga e prosperosa. Ritrovatesi in sovrannumero e senza mezzi di sostentamento, furono costrette a mangiarsi fra loro per riuscire a sopravvivere.
La morale di questa favola moderna, al di là delle allegorie, è una sola: chi comprerebbe mai delle uova da galline disoneste?

Emanuele Secco

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