Mal d’Africa

Il 6 aprile 1994 veniva abbattuto l’aereo sul quale volava il presidente, di etnia hutu, del Ruanda. Sottolineo il dato fenotipico non perché creda nelle teorie genetiche ma piuttosto perché fu proprio questa connotazione, di per sé avulsa da ogni contesto, a determinare quello che è passato oggi alla storia come il genocidio del Ruanda. Con quell’aereo infatti non precipitava solo un’istituzione o un’ideologia ma qualsiasi parvenza di fratellanza che potesse esistere tra gli uomini. Vent’anni dopo la ferita è ampiamente rimarginata e le due etnie, tutsi e hutu, piangono insieme gli ottocentomila morti di quel conflitto che segna indelebilmente la storia recente. Ma la tragica memoria del genocidio ruandese non sembra aver placato l’ondata di odio che imperversa nelle magnifiche terre del continente nero. Un nuovo nemico si insinua subdolamente laddove esiste crisi delle istituzioni e povertà, malnutrizione e ignoranza. Nell’Africa del Nord, intesa come Maghreb e Sahel (africa sub-sahariana), le primavere arabe hanno creato enormi vuoti di potere e un senso di rinnovata sfiducia. In questi territori l’organizzazione paramilitare di Al-Qaida ha trovato spazio d’azione e sufficiente tranquillità per riassestare il suo programma di riconversione forzata verso un Islam integralista e violento.

Nello stato del Niger, 18 milioni di anime, il 60% delle quali sopravvive con meno di un dollaro al giorno, si muore di fame. Seconde le stime dell’Onu, il Niger è il paese con il più basso indice di sviluppo umano su scala mondiale. Se a tutto ciò si aggiungono la ricchezza del sottosuolo e lo sfruttamento economico europeo, é facile capire su cosa faccia leva la cellula terroristica di Al-Qaida. Nel maggio 2013 sono esplose una serie di autobombe nella città di Agadez, nei pressi della sede della multinazionale francese Areva, deputata all’estrazione dell’Uranio, metallo di cui il Niger é ricchissimo. Pur condannando gli attacchi terroristici, va ricordato come la società d’estrazione francese operi in regime di monopolio, godendo di particolari sgravi fiscali tra cui l’esenzione dalle tassazione sull’export. Lo sfruttamento del suolo non arriva a costituire nemmeno il 6% del PIL interno del Niger, che da decenni vive in rapporti di semi-colonialismo con la Francia, non riuscendo a crescere come repubblica e democrazia. Rimangono infatti altissimi i livelli di analfabetismo (80% per le donne, 60% per gli uomini) e la diffusione del sentimento integralista e sessista sta prendendo piede e non si sta facendo nulla per evitarlo.
Ma il caso che nelle scorse settimane, ed ancora adesso sta avendo fortissima diffusione mediatica nel nostro bell’occidente, é relativo ai fatti legati agli ormai tristemente noti jihadisti di Boko Haram. La banda é colpevole di aver sequestrato 276 ragazze tra i 15 e 18 anni, in Nigeria, prelevandole dalle loro classi di scuola. Rapite e rivendute per 12 $ l’una per diventare spose dei miliziani. Rapite perchè intelligenti e desiderose di futuro; magari da medico, avvocato o insegnante. Un futuro che gli è stato privato in nome di una fede distorta che quei mostri si ostinano a chiamare Islam, ma che con l’Islam non ha nulla a che fare. Del resto la parola stessa Boko Haram potrebbe essere tradotta liberamente come “divieto all’educazione occidentale”, divieto al quale viene contrapposto una visione rigida e rigorosa della Shari’a, la Legge di Dio, intesa non come codice di legge di comune moralità ma come vero e proprio diritto positivo. In questo senso, nei casi più estremi, l’infrazione della Shari’a comporterebbe la pena di morte per quattro tipi di reato: omicidio ingiusto di un musulmano, adulterio, bestemmia contro Allah (da parte di persone di qualunque fede) e apostasia (abbandono della propria fede).
Il caso delle ragazze nigeriane sta suscitando lo sdegno della comunità internazionale, che si è immediatamente mobilitata per intercedere nella questione, aprendo campagne di partecipazione virale sul web all’insegna dell’hashtag #BringBackOurGirls.

La grandezza dell’Africa ha da sempre costituito la sua più grande sfortuna. Sin dai primi conquistatori europei che cinquecento anni fa sedussero i re del Congo con la Bibbia ricevendo in cambio terre, risorse e schiavi, l’Africa non ha ancora conosciuto l’attesa rivalsa. Ne è testimonianza ciò che avete letto sopra. Anche oggi, liberata e decolonizzata è rimasta vittima dei suoi despoti, dei suoi errori. Perchè tutta questa grande bellezza ha suscitato nel tempo ingordigia e volontà di rapina. Ma a noi in fondo piace pensare che ce la farà, che supererà tutto questo. Vi lascio citando il fotogiornalista Pietro Veronese, autore tra l’altro di svariati reportages africani: “Nella sua infinita varietà, nei suoi opposti eccessi e nelle differenze estreme, nelle sue grandezze e nei suoi orrori, con i suoi picchi e i suoi abissi, l’Africa troverà una sintesi,equilibrio. […] Dove la fede – nella vita, nel domani, negli spiriti degli antenati e nella volontà di Dio – è più forte, più accettata, più condivisa che ovunque altrove. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta. Solo così l’Africa risorge, ogni giorno. E noi con lei.”

Riccardo Vincenzi

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