Nice to meet you, Mr Salinger

Molto spesso si dimentica che dietro a uno scrittore si nasconde, prima di ogni altra cosa, un uomo: esattamente identico a quello che giorno dopo giorno si appresta a portare avanti la sua vita nel più consueto dei modi. Un uomo che si getta la propria vita alle spalle – quella ripetitiva, banale – per lasciarla al margine di tutte le storie che sarà in grado di raccontare.
È in questi casi che lo scrittore si eleva dalla sua condizione di uomo, e la sua umanità quasi non gli appartiene più: la sua opera ci arriva spogliata di tutti quei riferimenti che potrebbero ridimensionarne la portata – e allora un nome non ha più volto, ma solo parole che lo identificano.
Perciò ci si trova a commuoversi di fronte allo scrittore che non è forse mai stato un uomo perfetto, ma che preferiva affidare la perfezione alla sua scrittura. Si può mettere da parte la sua inevitabile incapacità di relazionarsi con gli altri, il suo inspiegabile attaccamento alle donne molto più giovani di lui, lo stacanovismo egoista, le decisioni discutibili, e sospendere il giudizio, perché davvero non interessa giudicare l’uomo. Ma non si può fare a meno di sentire il cuore stringersi arrivando a percepire l’umiliazione di un amore finito, gli orrori di una guerra che ha restituito un’anima impregnata di desolazione, il desiderio di una grandezza raggiunta senza compromessi, e finalmente riposizionare i tasselli proprio dove devono andare, capendo che la vita – quella tormentata, imperdonabile – ha plasmato le parole.

Credo che Salinger provasse un disperato bisogno di farsi capire, di far capire il disagio, la fatalità della vita, l’imprevedibilità del comportamento umano, e che il solo modo per farlo fosse raccontare delle storie che giustificassero il suo modo di essere senza necessariamente farsi portavoce della sua umanità, così turbata e imperfetta come le storie, nella forma, non dovevano essere. Ecco, dunque, come forse si spiegano la caparbietà, la persistenza, le scelte: tutto in funzione di qualcuno a cui dare la possibilità di carpire la sua vera essenza in parole incontaminate, pure come la vita stessa non sa essere. E in ciò viene anche racchiusa la decisione, ultima, di abbandonare il mondo – dopo che Holden Caufield ha preso prepotentemente il suo posto – per vivere lontano da una notorietà a lungo sperata che si rivela ingestibile, pesante.

Salinger – Il mistero del giovane Holden, nelle sale soltanto il 20 maggio, non è stato niente di più o di meno di un collage di testimonianze di persone che lo conoscevano, che lo amavano e rispettavano come scrittore, che non lo sopportavano. Due ore per ricostruire la storia di uno degli scrittori più sfuggevoli del Novecento, infarcita di dettagli più o meno inediti e rivolta all’esplorazione dell’uomo, molto più che dello scrittore.
Ma in questa inevitabilmente calcolata trasposizione si sono avvertite le difficoltà di un uomo che forse non era tagliato per vivere con altre persone, forse avrebbe preferito che la vita fosse un libro da riempire con le sue parole. Una cosa vorrei dirla: quando un Philip Seymour Hoffman sorridente si mette a difendere Salinger, dicendo che chiunque non abbia sperimentato una fama travolgente non può capire la necessità di lasciarsi tutto alle spalle, ecco, lì è difficile trattenere le lacrime.

Veronica Albarello

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