Mantova, finalmente, ed Elizabeth Strout

Ci sono scrittori che si incontrano quasi per caso: quelli a cui prima non avevi mai prestato attenzione, ma che di colpo sono lì, e tu non puoi far altro che decidere di entrare in libreria e uscirne con un loro libro. Con Elizabeth Strout è stato così. Il libro del cuore è stato Olive Kitteridge, premio Pulitzer nel 2009, uno di quei libri assaporati lentamente, ché non c’è fretta. E amati proprio perché non c’è pretesa o presunzione in loro, ma solo la volontà di regalare istantanee vivide di un villaggio del Maine, che rasentano la realtà come poche altre cose al mondo che non siano la vita. Quei libri che ti fanno commuovere, ma non sai nemmeno perché.

Quando dunque scopri che Elizabeth Strout presenzierà alla 18esima edizione del Festivaletteratura di Mantova, che fai? Ci vai, senza starci troppo a pensare, mettendo a tacere tutte quelle vocine che ti ripetono «No, abbiamo sempre pensato che conoscere gli scrittori non sia una cosa buona, perché se poi non sono come ce li eravamo immaginati chissà quando ci riprendiamo dalla delusione». Questa volta senti che un’eccezione non può far male. Anche perché al Festival non ci sei mai stato e non è il caso di rimandare per il quinto anno di fila.

Una scrittrice siede di fronte a noi il 6 settembre, a Palazzo San Sebastiano – attenta alle domande, cordiale, simpatica nel suo essere estremamente genuina e vitale. Una donna, che sorride, scherza, risponde con una battuta, e sinceramente ringrazia per l’attenzione prestata a quel suo modo di scrivere che l’accompagna da quando era bambina: una scrittura che trae la forza dall’attenzione al dettaglio, descritto sempre in modo preciso e cristallino – l’abbigliamento, le stanze e l’arredamento creano nella mente del lettore, con rara maestria, una narrazione visiva prima che verbale. Spesso i dialoghi sono superflui, un esercizio di stile che serve soltanto a confermare i rapporti interpersonali o le situazioni psicologiche individuali, già chiare nell’iperrealismo dei vari fotogrammi narrativi. È l’attenzione al particolare e all’elemento apparentemente marginale che porta la Strout a interessarsi a ogni tipo di individuo, prediligendo le personalità più complesse e problematiche, messe in scacco dalla vita. Ed è quello che il pubblico apprezza di più: nei suoi romanzi Elizabeth Strout è riuscita a trasformare donne normali, donne qualsiasi, in personaggi eccezionali. E chi legge i suoi libri non potrà non ricordare i tacchi alti di Lauren, i capelli rossi di Amy, il vestito a fiori di Olive, prima di ogni altra cosa.

Veronica Albarello

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