Sabbia e fango su al Vajont

Prendete una ripida valle di montagna tra Veneto e Friuli, poco a sud di Cortina. Adesso aggiungeteci un’enorme frana preistorica, assestata. Per ultima cosa, sbarrate il fiume con una diga e riempite la valle di acqua, così da bagnare i piedi della frana.
Fatto? Bene: avete appena creato le condizioni ottimali per una catastrofe fatta di roccia, acqua e fango. Solo sperate di non trovarvi nelle vicinanze al momento fatidico.

Il 9 ottobre 1963, ore 22.39, un’enorme frana di 260 milioni di metri cubi di roccia si staccò dal Monte Toc, sponda sinistra del bacino artificiale del Vajont. Schiantandosi in acqua, sollevò un’onda alta 150 metri che investì i paesi montani della valle e, oltrepassando la diga, cancellò in pochi minuti il paese di Longarone e le sue frazioni. Duemila morti. Novecento miliardi di lire di danni.
«Catastrofe ambientale!», «Onda della morte!», scrisse subito gran parte della stampa nazionale, ma i sopravvissuti sapevano la verità: le responsabilità del disastro, come verrà in seguito riconosciuto dal processo, sono da attribuire alla SADE (Società Adriatica di Elettricità), costruttrice dell’impianto. Non da meno, colpa di eccessiva miopia è da attribuire allo Stato Italiano, proprietario con la sua ENEL della diga dal 12 dicembre 1962, e fin troppo pronto a chiudere tutti e due gli occhi sulle evidenti irregolarità grazie alle quali fu possibile completare l’opera. Sto parlando dei numerosi rapporti geologici sulle sponde della valle, in cui particolari scomodi come la presenza di una frana di tali dimensioni vennero “aggiustati”, se non addirittura cancellati, per non interrompere i lavori. Senza contare il mancato sgombero dei paesi dentro e fuori la valle.
Ma sì, non scherziamo, dopotutto si doveva costruire l’allora diga più alta del mondo. Non si può credere nel progresso pensando al benessere della popolazione.

Sarà, ma quando leggo certe notizie, non posso fare a meno di non pensare al Vajont.
In questi ultimi anni è un continuo susseguirsi d’inondazioni, frane e terremoti. Sto parlando della pianura veneta, di Belluno, Treviso, le Cinque Terre, il Gargano, l’Abruzzo, l’Emilia e numerosissime altre zone d’Italia.
Non appena cade qualche goccia d’acqua in più, il terreno frana, gli argini crollano e centinaia di case finiscono sott’acqua. E questo nei casi fortunati, cioè quando non ci scappa il morto.
Ogni volta la politica si prodiga nel promettere la soluzione al problema, nascondendo il fatto che è essa stessa parte del problema. Cosa sono queste se non le conseguenze di una scarsa cura del territorio e di un totale menefreghismo per quanto riguarda la vita dei cittadini? Dell’abusivismo edilizio, poi, non parliamone: è parte integrante delle tragedie.
Allora se ne discute per qualche giorno, qualche settimana, poi tutto viene chiuso nei cassetti. Tutte le promesse dimenticate, tutti i progetti cancellati. Urlare «Sabbia!» non è mai stato più semplice.

Il Vajont, in tutta la sua tragicità, è stato uno dei primi esempi del potere dello Stato sulla memoria dei cittadini. Nel 2013, cinquantesimo anniversario della tragedia, molto poco è stato detto e ricordato nelle reti TV nazionali. Non c’è motivo per non credere che questo crimine non si ripeta anche questo 9 ottobre.
È rimasto nella memoria dei sopravvissuti, sempre meno numerosi, quanto accadde quel giorno d’autunno del 1963. Nella loro, appunto, non in quella dell’intero paese. Sì, perché in questi casi è utile dimenticare, lasciare che le catastrofi vengano coperte da uno strato sempre più spesso di sabbia (o fango).

Emanuele Secco

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