Allacciate le cinture

Non è certo il caso di stupirsi se appena saliti su un autobus a lunga percorrenza etiope riceverete in dono un sacchetto di plastica e, credetemi, non servirà a raccogliere gli eventuali rifiuti che produrrete durante il viaggio. Quelli finiranno direttamente per terra. Se sei in Etiopia e per qualsiasi ragione devi spostarti da una città a un’altra, ma non disponi di una vettura privata, oppure non puoi concederti il lusso di un biglietto aereo, allora l’unica soluzione sarà quella di affidarsi a una compagnia di autobus, con tutto ciò che ne consegue. Dicevo, il sacchetto, appunto. All’inizio ammetto che ingenuamente non capivo. Poi, appena acceso il motore e percorsi i primi cinquecento metri tutto appare già più chiaro. I tragitti che questi autobus compiono sono mediamente lunghi, mai inferiori ai 500 km. Le strade, per lo più dissestate, sono piene di rallentamenti e ostacoli di varia natura. Gli autisti non possono permettersi di sprecare nemmeno un secondo. E allora corrono, corrono come matti su e giù per gli altipiani, una mano sempre sul clacson per farsi largo tra le persone e gli animali che a centinaia si incontrano lungo il percorso. Di solito non passa nemmeno mezz’ora che già un terzo della popolazione del pullman è china con la testa dentro al sacchetto sopraccitato. Nessuno fa cenno all’autista di rallentare, di fermarsi un attimo. Questa è la prassi, bisogna raggiungere la meta entro l’ora prestabilita, dunque non c’è tempo per soste fuori programma. La sinfonia, un ouverture di fiati e conati, termina di solito nella prima mattinata, quando si è dato fondo alle scorte di liquidi presenti nei vari stomaci dell’orchestra. Dignitosamente, ciascun elemento della banda richiude il proprio sacchetto e, dopo essersi delicatamente pulito la bocca, lo deposita fuori dal finestrino. Non oso voltarmi, non voglio sapere se anche solouna di quelle bombe acide ha per caso colpito qualche ignaro passante. Superata la fase gastrica sopraggiunge inevitabilmente quella diuretica, ma non temete, almeno per questi casi le soste sono previste. Qui a sorprendermi non è tanto l’atto di per sé, ma piuttosto un elemento comune che caratterizza tutte queste fermate. Infatti, non fanno nemmeno in tempo ad aprirsi le porte dell’autobus che ecco spuntare dal nulla, quasi misticamente, un prete vestito di tutto punto nei tradizionali paramenti ortodossi. L’Abba in questione non perde tempo a benedire i viaggiatori penitenti che lo desiderano, chiedendo come compenso una questua di rimando. Tutte le volte mi domando se anche questa situazione faccia parte delle misure di sicurezza contro eventuali incidenti e, solo dopo essere risalito sul pullman, dopo la prima curva, puntualmente, mi pento di non essermi fatto benedire a mia volta.

Riccardo Vincenzi

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