Per me è no, Murakami (ma mi piaci)

Ricordo di aver deciso di leggere Norwegian Wood perché mi incuriosiva da matti, e mi piaceva il fatto che i ragazzi di «Finzioni» lo avessero definito un romanzo che fa innamorare della lettura. L’ho comprato e me lo sono portato in vacanza, l’estate di due anni fa.
Ma non l’ho letto allora, perché per qualche motivo ho deciso di iniziare La schiuma dei giorni di Boris Vian. Boris Vian non mi piace, e l’ho scoperto quell’estate nell’Argentario. Mi ci sono voluti un viaggio a Londra e l’eterna ammirazione di una giovane coppia di giapponesi che sedeva di fianco a me in aereo per farmi rendere conto che Murakami scrive come secondo me dovrebbe scrivere un autore che potrebbe non solo piacermi, ma anche conquistarmi, in modo pressoché definitivo. Perché la storia è diretta, limpida, intensa, raccontata in modo delicato, quasi fragile: un libro che con la sua affascinante drammaticità ti cattura, e ti consuma.

Se Murakami fosse soltanto questo, uno scrittore che racconta l’estrema umanità nella solitudine, la crescita e la scelta, il senso dell’amicizia, la perdita, il primo vero e incredibile amore, la vita che cerca il modo di fiorire e andare avanti e la morte che, senza alcuna spiegazione o perché, la rende bella così com’è, ecco, Murakami sarebbe uno scrittore da Nobel. Perché è geniale, nel suo modo di essere completamente estraneo a tutto ma allo stesso tempo esattamente dove deve essere, nel bel mezzo delle sue storie, con un intimo bagaglio di emozioni che, volenti o nolenti, tutti gli scrittori si portano appresso.
Ma Murakami non è soltanto questo: è uno scrittore che gioca con il surreale, che impila l’uno sull’altro i mondi che si diverte a creare, lasciando fuori dal tempo la logica e la continuità. È uno scrittore che esagera, sapendo certamente controllare i suoi limiti e quindi non risultando quasi mai eccessivo. Ma di fatto esagera: esce dai confini di ciò che può essere ritenuto normale, mescolando l’onirismo a una realtà instabile; frammenta le storie all’inverosimile, per poi farle rivivere in modo ossessivo attraverso diversi punti di vista e si ostina a mettere in scena una sessualità di dubbia necessità.

Sicuramente lo sa fare molto bene, il suo mestiere, con uno stile impeccabile e magistrale. Ora io non conosco il signor Patrick Modiano, ma se Murakami non ha nemmeno quest’anno vinto il Nobel un motivo ci dev’essere. E non mi sento di attribuire il suo eterno essere secondo al grande successo commerciale che l’Accademia di Stoccolma può avere o meno trovato disturbante. Ci dev’essere dell’altro.

Veronica Albarello

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