Gibuti

Cari lettori, se nelle ultime due puntate ho avuto il piacere di raccontarvi qualche aneddoto riguardante l’Etiopia, oggi invece voglio scrivervi del misterioso Gibuti, che affaccia le sue terre sul vasto Oceano Indiano, là dove il Corno d’Africa sfiora la penisola araba in un affresco di storie e miti passati. Data la scarsa disponibilità economica e un’incredibile propensione verso l’esotismo, mi sono immediatamente diretto alla ricerca di un alloggio in quello che la guida delinea come il quartier africain di Gibuti città, totalmente non curante di cosa, di lì a poco, mi sarei trovato ad affrontare. Arrivando a piedi dalla piazza principale è impossibile non percepire il crescente mutare dell’atmosfera circostante. Qualcosa inizia a muoversi, qualcosa d’intangibile che i cinque sensi non riescono a percepire. Un’impressione frutto de clima torrido e della stanchezza, continuo a ripetermi. Invece no, ora lo definirei piuttosto un preludio a ciò che stava per spalancarsi davanti ai miei occhi. Avete presente il film Chi ha incastrato Roger Rabbit? Benissimo, cercate di focalizzare la vostra mente sulla scena in cui il protagonista Eddie Valiant è alla guida all’interno della buia galleria che porta alla città di Cartoonia. Ricordate l’esplosione di colori e suoni che lo investe una volta uscito? Ecco, mi sono sentito più o meno così: travolto. Davanti ai miei occhi si dipana una grandissima piazza che mi accorgo fungere sia da mercato sia da stazione degli autobus. Tutti gridano, tutti si muovono, la polvere sovrasta ogni cosa. Il caldo sembra farsi più soffocante e l’aria è così spessa che sembra che la si possa spostare con la mano. Alla mia destra, un gruppo di vecchi con le barbe tinte di rosso se la racconta fuori da un piccolo bar, davanti aduna tazza di latte. Caldo, pure quello. Ma ciò che davvero attira la mia attenzione in mezzo a tutta quella baraonda è altro. Con fare leggiadro, soavi in mezzo al brulicare umano, ondeggiano le donne. Bellissime nelle loro vesti variopinte, di tradizione tipicamente somala. Molte con un velo che copre i capelli, altre lasciano scoperti solo gli occhi. Eleganti, si spostano dinoccolate, quasi galleggiando tra la polvere. Nascondono tutto delle loro forme ed è forse proprio per questa ragione che lo sguardo è costretto a percorrere l’intera trama del tessuto, verso l’alto, alla ricerca dell’unico punto scoperto, il viso. Visi che nonostante il caldo e l’umidità rimangono immacolati, estranei a qualsiasi impurità. Perfetti se esaltati da un sorriso. Noi occidentali ci rifiutiamo di inserire tutto questo nella nostra personale categoria di ‘bello’. Ci viene più naturale etichettarlo come ‘diverso’, se non addirittura ‘pericoloso’. Ma cos’è la bellezza se non il frutto di un condizionamento esterno? Se non il prodotto di un meccanismo sociale preconfezionato in cui ci siamo trovati a vivere? Mi dico che solo liberandoci da quelle briglia riusciremo a vedere la bellezza in molte più cose di quante mai avremmo potuto pensare. Mi dico questo e tante altre cose. Poi, piano piano, ridiscendo nelle mie sembianze mortali, quelle afflitte dal caldo, mi faccio largo tra autobus e persone, e scompaio nella polvere.

Riccardo Vincenzi

Annunci

Commenta l'articolo

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...