Il disco nuovo dei Pink Floyd (ed è subito anni Settanta)

Siamo nel 2014 ed è appena uscito un disco dei Pink Floyd. Può sembrare un paradosso temporale, e invece no.
Mi scuserete il momento Wikipedia, ma quando si parla di mostri sacri della musica è sempre meglio essere precisi. Tecnicamente, la formazione originaria dei Pink Floyd non è più insieme da almeno trent’anni: prima di The Endless River, l’ultimo disco era uscito nel 1994 ed era il secondo dopo l’uscita di Roger Waters nel 1985. Nel 2008, inoltre, è morto il tastierista Richard Wright. A conti fatti, i membri rimasti del gruppo sono David Gilmour e Nick Mason, che hanno preso una ventina di ore di vecchio materiale inedito registrato nel 1993 e ci hanno lavorato sopra: il risultato è una serie di quattro suites.
È un disco quasi del tutto strumentale, nel quale trova spazio una quantità considerevole di suoni diversi: la voce (quella di Wright, dalle registrazioni degli anni Novanta) arriva solo alla fine, nell’ultima traccia (Louder than words), oltre che con un frammento di voce registrata di Stephen Hawking nella traccia quasi omonima (Talkin’ Hawkin’). È un bell’omaggio all’amico Wright e al suo lavoro, e anche – almeno così dicono – il loro ultimo lavoro con il nome del gruppo. E questo lo rende decisamente importante.

Disquisire sui Pink Floyd, soprattutto quando si hanno solo vent’anni o poco più (e quindi si è nati troppo tardi per averli vissuti nel momento “giusto”) è molto rischioso. Le possibilità di essere insultati da chi ne sa di più al minimo segno di blasfemia sono molto alte, ma ci si prova comunque. È un gruppo fondamentale della storia della musica, e fin qui siamo tutti d’accordo, al di là dell’apprezzarne o meno il genere. E, nel caso di questo disco, è quasi impossibile parlarne senza conoscere tutta la storia e la discografia di cui vuole essere il capitolo finale. Al primo ascolto non è facile da metabolizzare: richiede pazienza e attenzione, perché ciascuna traccia presenta caratteristiche e sonorità ben diverse. Inizia a piacere a furia d’insistere (o forse è la disperazione del recensore, chissà), e finisce col far venire una voglia matta di ascoltare i vecchi dischi.
In ogni caso è un lavoro che piacerà molto ai fan di vecchia data, come ogni raccolta di materiale inedito, anche se senz’altro non è il modo migliore per approcciarsi per la prima volta al gruppo.

Ilaria Bertoni

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