Il professore che scrisse un capolavoro

Avrei voluto conoscerla, signor Williams, lo avrei voluto davvero. Mi sarebbe piaciuto essere una dei quei pochi amici che avevano il privilegio di definirsi tali e sapere da lei come ci si sente a non essere presi in considerazione, pur essendo grandi.
Perché si fa presto a dimenticare che dietro a un nome si nascondono vite intere e che anche frasi come «che differenza fa se il libro raggiunge mille o centomila lettori?» possono essere davvero interpretate solo sapendo con quale peso siano state pronunciate. O, ancora meglio, avrei preferito essere uno degli studenti del corso di scrittura creativa all’università di Denver e ammirarla incondizionatamente, come già faccio, perché forse non avrei saputo fare a meno di giudicare la libertà senza freni che mostrava nelle innumerevoli notti di ubriachezza, e l’imbarazzo che avrei provato per lei, uomo e non dio, avrebbe offuscato la devozione che nutro per il suo lavoro.

Perché ciò che ha scritto non può non toccare una persona nel profondo. Al di là delle enormi differenze di ambientazione, linee narrative e personaggi dei suoi romanzi, lo scrittore che era in John Williams è riuscito a tracciare l’esplosività della tensione che poeticamente nutre il rapporto tra gli uomini e allo stesso tempo la capacità che questi hanno di comprendere se stessi e il legame che li unisce nel sentirsi parte di un unico destino. I tre anni passati a scappare dalla morte in una guerra brutalizzante e il senso di colpa che accomuna tutti i sopravvissuti, assieme alle intolleranze verso la vita meschina di tutti i giorni, si riflettono nel tessuto organico dei suoi romanzi: da Augustus, a Butcher’s crossing, a Stoner, gli uomini non fanno altro che correre contro un destino che ha sempre la meglio su chi tenta di opporglisi, che gioca in modo scorretto restituendo vite segnate da amicizie tradite, amori perduti, sconfitte. Non stupisce l’insuccesso avuto in vita di una letteratura così introspettiva, che muoveva i primi passi in un terreno ancora troppo influenzato dai rimasugli della Beat Generation, ma che allo stesso tempo mostrava di avere antenne appuntite nei confronti di filoni narrativi che sarebbero di lì a poco stati indagati.

Sento di doverle esprimere la mia gratitudine, quindi, per aver scritto quello che vorrei definire un capolavoro. Perché con Stoner è riuscito a disegnare la rassegnata disillusione provata da un professore qualunque nel constatare come le passioni, anche quando ormai sembra essere troppo tardi, non sono altro che lo sforzo di arrivare dove si credeva di essere già.

Veronica Albarello

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