Quanto mi scoccia rimanere delusa

Ci sono certi romanzi che ti si appiccicano addosso come una seconda pelle, ed Espiazione è per me uno di questi: un libro difficile, lento, suddiviso in tre blocchi caratterizzati da punti di vista e stili differenti, in cui almeno la metà delle pagine è dedicata a raccontare i fatti di un solo giorno. E in realtà è molto di più. Non riesco a non dire che è anche l’occasione di uno scrittore di riflettere sul rapporto che un artista ha con la propria opera, che diventa in un baleno lo strumento per riparare alla tragicità delle scelte compiute senza esserne consapevoli. Espiazione è divenuto fin da subito uno dei miei libri preferiti, e non perché Joe Wright l’ha poi trasposto in maniera magistrale in un film assolutamente perfetto – Robbie, Cecilia, il vestito verde, il piano-sequenza di cinque minuti che ricorderò finché ne avrò le forze –, ma perché mi ha sconvolto, mi ha spinto in un terreno faticoso da percorrere, lasciandomi senza forze. Leggo Espiazione e sto male per giorni, non riuscendo a far altro che ripensare alla potenza di una storia elaborata e raccontata in modo strabiliante. Ian McEwan è per me un Autore, un genio.

Per due anni non ho avuto modo di leggere nient’altro di suo e, se da una parte stentavo a fidarmi dei giudizi degli altri lettori, dall’altra temevo che qualsiasi altro romanzo non sarebbe mai stato all’altezza di Espiazione. Quando poi lo scorso novembre è uscito La ballata di Adam Henry, che ho acquistato e letto senza starci tanto a pensare, mi sono quasi sentita presa in giro. Perché la prosa, per quanto intelligente, piena, piacevole, mi è sembrata fastidiosamente fiacca, sintatticamente debole, al punto che ho faticato a farmene una ragione, e quasi mi sono ritrovata a voler abbandonare la lettura.

A posteriori ammetto che forse questo non è il solo motivo per cui non ho saputo andare oltre; non ho colto la profondità di quello che leggevo, e non mi sento di farmene una colpa. Ci sono degli aspetti che non sono riuscita a sopportare, alcune scelte che mi sono sembrate delle forzature a dispetto di quanto la loro presenza potesse incidere sulla trama – e quindi sono passati in secondo piano il sentimento materno mai agito, la sofferenza personale che viene confusa con una presa di responsabilità, il dibattito religione/ragione in una questione tanto delicata, perché i personaggi scivolano e commettono errori che a stento riesco a ricondurre al carattere che è stato loro attribuito.

Quello di La ballata di Adam Henry non è il McEwan che ricordavo: poteva essere tutto un altro paio di maniche, date le premesse. Che rabbia.

Veronica Albarello

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