Sanremo: l’alba dei cantanti (ancora) viventi

Ammettiamolo senza troppa vergogna: che sia cascato l’occhio per caso mentre facevamo zapping o che si abbia acceso apposta la televisione per commentarlo sui “socialini”, abbiamo quasi tutti (intra)visto Sanremo. Se l’orgoglio non permette la confessione, bastano i dati Auditel a sbugiardarci (una media del 54% di share, il più visto degli ultimi dieci anni).
Di analisi dei momenti più trash (che sono stati tanti e troppi per essere enumerati nello spazio d’un solo articolo, dunque mi limito a tre parole: Albano, Romina, Felicità) ce ne sono già a bizzeffe, perciò mi fermo a considerare una sola serata: quella delle temibilissime cover, introdotta quest’anno. I cosiddetti “big” dovevano fare i conti con un grande successo della canzone italiana, cercando di onorarlo e al tempo stesso dare un’impronta personale. Fin dall’annuncio delle canzoni assegnate ho temuto il peggio. Ma ho provato, quella sera, a non avere pregiudizi: chissà, forse avrei scoperto che il mio problema non riguarda gli artisti in gara, ma solo i pezzi che interpretano di solito. Mi sbagliavo, mi sbagliavo di grosso: Nek rimane sempre Nek, anche e soprattutto quando riesce a trasformare Se telefonando in una ripresa di Laura non c’è con i peggiori rimandi agli anni Novanta. I Dear Jack, finora conosciuti per sentito dire – fortunatamente, aggiungerei – hanno preso uno dei brani più belli di Sergio Endrigo e ne hanno tirato fuori una roba indefinibile in salsa pop-rock. Il premio per il più bistrattato della serata va alla buonanima di Luigi Tenco – e già tremo al pensiero di cosa potranno inventarsi tra due anni, al cinquantenario della sua morte – con ben due pezzi: Vedrai, vedrai (con un quasi irriconoscibile Gianluca Grignani, in preda a spasmi che la critica ha interpretato come sintomi di potente trasporto) e, soprattutto, Ciao amore ciao. A cantare quest’ultimo pezzo (con un nonsoché della mai dimenticata Giusy Ferreri) è stata Bianca Atzei, la più cercata su Google tra gli artisti di quest’anno al grido (in rima) di «Ma chi sei?». È stato un esperimento piuttosto impegnativo da parte degli autori di Sanremo, ma a mio (discutibile) parere non troppo riuscito: più che omaggiare i grandi del passato, ha finito col sottolineare la distanza tra quello che è stato e ciò che ci capita di ascoltare oggi.

Ilaria Bertoni

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