Vieni a ballare in Italia

«Vieni a ballare compare nei campi di pomodori / dove la mafia schiavizza i lavoratori, e se ti ribelli vai fuori.»
Non dagli storici, non dalla politica, ma dalla musica. Senza dubbio, Vieni a ballare in Puglia di Caparezza offre un interessante punto di partenza per analizzare uno dei temi centrali che affliggono il dibattito degli ultimi anni: l’immigrazione o, come preferisco chiamarla io, la moderna tratta degli schiavi.

Uno dei primi grandi esempi è la tratta araba. Nato prima dell’Islam, questo traffico di esseri umani ha caratterizzato l’intero mondo arabo – che al momento di massima espansione si estendeva dalla Spagna alla Cina occidentale – a partire dai secoli VIII e IX per arrivare fino a oggi. Si calcola che questa tratta abbia interessato dai 10 ai 18 milioni di africani, oltre a i più disparati popoli del Mediterraneo (e gli stessi arabi).
Prima di puntare il dito contro i “demoni mori”, però, fermatevi: non dimentichiamo la tratta atlantica. Dal XVI al XIX secolo, Spagna, Inghilterra e le maggiori potenze del tempo sono colpevoli di aver strappato dalle proprie case in Africa tra i 7 e i 12 milioni di individui. Il tutto causando milioni di morti durante il trasporto o per via delle condizioni di lavoro nella nuova “patria”. Suvvia, lo sviluppo delle colonie nelle Americhe meritava un costo tale.

E ora, cosa sta succedendo? Ora tocca a noi subire un fenomeno simile. Dalla parte delle vittime di un’invasione, si affretta ad aggiungere la politica “patriottica”. E in parte è anche vero. Tuttavia, lasciatemi spiegare.
Secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, l’immigrazione clandestina si divide in due gruppi. Da una parte abbiamo lo smuggling, il quale prevede che il migrante paghi lo scafista e che interrompa i rapporti con la malavita una volta sbarcato. Dall’altra parte, fenomeno molto ricorrente è il trafficking: la tratta di schiavi. I trafficanti “reclutano” attraverso la violenza, l’inganno, la minaccia; una volta completo, questo “carico” di persone viene sballottato per una o più tappe in veri e propri viaggi d’inferno. Una volta arrivati a destinazione, i migranti devono comunque ripagare gli aguzzini: e quindi via a prostituzione, lavoro nero, accattonaggio e traffico di organi.
E in tutto ciò, cosa c’entra il nostro essere vittime? Semplice: il rischio è che un domani la stessa sorte toccherà a noi per mano di imprenditori e politici impomatati, radicati nelle istituzioni grazie all’omicidio quotidiano. La vera invasione è quella mafiosa.
Non facciamo di tutta l’erba un fascio. Non puntiamo il dito contro il diverso. È vero: «Ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati».

Emanuele Secco

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