Siamo tutti razzisti

Oggigiorno tutti i conflitti che scoppiano sulla faccia della Terra sono potenzialmente mondiali. Non esistono più guerre vicine e guerre lontane. Esistono invece guerre che giungono alle nostre orecchie nella misura in cui i mezzi di comunicazione vogliono farle pervenire, in proporzione all’interesse mediatico che potrebbero suscitare.

L’attentato al Museo del Bardo di Tunisi ne è l’ennesima riprova. Lo sdegno che tale atto ha instillato nell’opinione pubblica non è nemmeno lontanamente paragonabile a quanto accaduto nella sede parigina del giornale Charlie Hebdo. E vi dico di più, probabilmente la notizia sarebbe passata del tutto in secondo piano se tra le vittime del massacro non ci fossero state persone occidentali, come se questo aggettivo ci potesse consegnare un parametro geografico di provenienza. Tutto questo per il semplice motivo che «siamo razzisti […]; un morto occidentale vale, per noi, quanto mille morti del terzo mondo». Queste le parole che ha utilizzato Michele Serra qualche giorno fa in uno dei suoi celebri corsivi e che, a nostro malgrado, colpiscono ancora nel segno. Esistono cittadini di serie A e di serie B, a seconda del lato del mondo in cui si ha la fortuna (o la sfortuna) di nascere. Fino a quando si ammazzano tra di loro rimangono degli incivili e dei disperati, vagamente degni di nota. Ma quando a essere coinvolte sono persone di più “alta levatura etnica” allora sì che la rabbia monta vigorosa, che ci sentiamo tutti un po’ meno sicuri, un po’ più esposti. La verità è che in qualsiasi paese che voglia considerarsi democratico, che faccia del sistema delle libertà supreme il suo motto quotidiano, la possibilità che degli squilibrati possano colpire esisterà sempre. Il nostro compito non è tanto quello di continuare a barricarci dietro muri di paura. Occorre invece puntare al dialogo con quelle controparti istituzionali che, anche se appartenenti a culture diverse da quelle occidentali, fanno della lotta quotidiana contro ideologie violente e devianti la loro speranza.

La Tunisia, fulgido e isolato esempio di come almeno una primavera araba abbia attecchito in maniera democratica, rimane comunque etichettata come paese in preda alla delirante follia fondamentalista di stampo islamico. Piangiamo insieme le vittime del Museo del Bardo, ma per quello che davvero rappresentano, ossia la codarda repressione alla libertà di movimento ed espressione imposta da pochi verso i più, in nome di una campagna religiosa che non trova giustificazione in nessuna Scrittura. Chiamiamo le cose come stanno davvero, non confondiamo l’ISIS con Islam, non parliamo di guerre di religione ma di follie omicide, e infine ragioniamo, ragioniamo sempre.

Riccardo Vincenzi

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