50 sfumature di Expo

Expo sì, Expo no. L’Italia si divide, un’intera nazione in preda all’indecisione. A seconda della parte ideologica che si decide di sposare, si viene inevitabilmente etichettati. Essere a favore significa in primo luogo sposare la politica del premier Renzi, che, forte della sua individualità cerca di imporsi sugli altri puntando al rilancio economico dell’Italia attraverso pillole di stile e visibilità mediatica.
Essere favorevoli a Expo significa però anche cercare il confronto sulla contraddizione più grande che esiste intorno alla tematica della nutrizione: se da un lato quasi un miliardo di persone sul nostro pianeta soffre la fame, dall’altro c’è ancora chi muore per problemi legati a un’alimentazione scorretta, per obesità o per psicopatologie legate al cibo. Chi è contrario sostiene invece che per risolvere questo dilemma non occorra certo fornire un modello figlio della cementificazione aggressiva, dove le solite quattro personalità di spicco si raduneranno per annunciare il solito tragico monito avvolto dalla solita aurea di speranza: «La situazione è gravissima ma se ci muoviamo subito forse non è troppo tardi».

Expo 2015 nasce inoltre dalla consapevolezza degli sprechi legati al cibo, si parla continuamente di quei 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti alimentari che ogni anno finiscono per le più svariate ragioni nell’immondizia. Da qui prendono forma due scuole di pensiero opposte tra loro: da una parte i sostenitori di una tesi che potremmo definire massimalista e che prevede una produzione maggiore e sempre più celere per sopperire al continuo e incontrollato aumento della popolazione mondiale. Dall’altro lato del ring si schiera la corrente dei trasformisti, ovvero i difensori della causa della ridistribuzione equa del cibo, secondo quel principio antico che afferma che non ci sarà giustizia sociale fino a quando il 10% della popolazione mondiale possederà il 90% delle ricchezze, alimentari su tutte.

Ma queste non sono le uniche sfumature che contornano Expo 2015: tra i sostenitori e i contestatori abbiamo assistito inermi al delinearsi di una fascia intermedia, la trincea dei riottosi, degli avversi al sistema, che brucia le automobili e scaglia sassi contro le vetrine. Per infastidire gli uni e gli altri. Per il gusto di farlo, per credere di averla sempre vinta. A quella linea sottile, che emerge laddove esiste il malcontento, ma che non conosce i mezzi democratici per esprimerlo, si rivolgono i miei più grandi interrogativi. Perchè bruciando le auto fai i soldi delle assicurazioni, non la loro sfortuna; bruciando le auto fai i soldi delle banche non la loro rovina; bruciando le auto non colpisci il potente, ma il singolo cittadino. Che per definizione è vittima e non carceriere.

Riccardo Vincenzi

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