Amore, cucina e curry

Tratto dall’omonimo (benché diversissimo) romanzo di Richard C. Morais, il film in realtà si intitolerebbe The Hundred-foot Journey – e mai riuscirò a capire perché in Italia si avverta il bisogno di stravolgere così tanto i titoli originali. Anche perché è davvero il viaggio, sia fisico che psicologico, a giustificare e reggere tutta la trama, di per sé molto semplice e, se fin dalla primissima inquadratura non è così difficile capire che sì, l’amore, la cucina e le spezie sono gli elementi essenziali di questa commedia, c’è dell’altro in ballo.

A quindici anni dal successo di Chocolat, il regista Lasse Hallström ripropone in cucina lo stesso scontro tra culture agli antipodi che, mettendo da parte le prime e inevitabili incomprensioni, imparano poco alla volta a convivere, calibrando gli spazi per acclimatarsi l’una all’altra. Se mancano i cioccolatini di Juliette Binoche che Johnny Depp era costretto a mangiare, rimane una trama strutturata in maniera pressoché identica. Il trasferimento di una famiglia di Mumbai nel paesino di Saint-Antonin-Noble-Val attira l’ostilità di Madame Mallory, proprietaria di un ristorante stellato Michelin, che vede nell’apertura di un locale tradizionale indiano un affronto alla sua cucina e alle tradizioni francesi. Non potrà però non accorgersi dello straordinario talento posseduto dal giovane cuoco Hassan, e nell’offrirsi di indirizzarlo lungo il percorso che lo porterà a diventare un grande chef imparerà a ricredersi.

Nonostante al film risulti difficile scrollarsi di dosso alcune stereotipate ingenuità, di Amore, cucina e curry rimangono l’intelligenza e il garbo con cui ingredienti semplici ma genuini sono stati combinati. Il cibo diventa la bussola che consente di allargare i propri orizzonti tra profumi e sapori mai sperimentati prima, senza correre il rischio di perdere consapevolezza della propria provenienza. I colori saturi e accesi della fotografia restituiscono gli aromi vivi e intensi di coriandolo, peperoncino, tartufo, e niente vi sembrerà più buono delle pietanze che in quelle due ore vi passeranno davanti agli occhi.

Veronica Albarello

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