Il microcosmo di Muriel

Se ho letto L’eleganza del riccio di Muriel Barbery è grazie al mio professore di italiano del liceo, che l’ultimo giorno di maturità si avvicinò per consegnarmi la fotocopia di una poesia di Emily Dickinson su cui aveva annotato alcuni consigli di lettura. All’epoca non potevo sapere quanto quel libro avrebbe significato per me, quanto le voci distinte di Paloma e Renée mi avrebbero aiutata a delineare cosa ancora oggi ritengo importante. A distanza di qualche anno so che quel romanzo non è piaciuto ai più e i motivi per i quali viene considerato supponente, noioso, prolisso, macchinoso, arrogante sono invece quelli che mi spingono ad amarlo senza condizioni: c’è un’eleganza che avvolge ogni concetto, una lucida consapevolezza di come vadano incastrate le parole, scelte con cura maniacale. Per non parlare della straordinaria abilità che l’autrice mostra nell’essere in grado di caratterizzare diversi personaggi in modo unico e riconoscibile, senza mescolare una sola volta le sfumature tonali proprie di ciascuno di essi.

Ma quello che forse mi ha affascinato maggiormente è come Muriel Barbery sia riuscita a riprodurre nella quotidianità del palazzo di Rue de Grenelle un microcosmo perfettamente autosufficiente, una rappresentazione universale di un’umanità circoscritta che non ha bisogno di ulteriori elementi di contorno. Ecco quindi che Estasi culinarie, il romanzo d’esordio della scrittrice rimasto però nell’ombra, è indissolubilmente legato al mondo dell’Eleganza del riccio per la semplice ripetizione di uno stesso evento, la morte di monsieur Arthens – marginale nell’uno, determinante nell’altro. Ma a ben vedere, il modo in cui il vecchio critico gastronomico a poche ore dalla morte si affanna nella ricerca di un sapore primordiale e sublime precedente a qualsiasi vocazione critica è paragonabile al lucido ma inconscio desiderio di carpire l’essenza della vera bellezza che accompagna Paloma a quel fatidico 16 giugno. Il cibo, divenuto catalizzatore della memoria, pretesto per rievocare una vita intera, non perde tuttavia struttura, colore, consistenza: rimane distinto e percepibile, uno strumento la cui identità non viene scorporata ma valorizzata. Il viaggio in cui Arthens ci imbarca attraverso la celebrazione sensoriale delle prelibatezze che ha assaggiato in vita conduce ad assaporare una passione che diventa valore indispensabile e più vitale proprio nel momento in cui la vita si appresta ad abbandonare il corpo. Che è poi lo stesso «sempre nel mai» di Paloma, soltanto declinato a seconda dei diversi colori di cui la vita si tinge.

Veronica Albarello

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