La cucina dell’anima: patatine e bastoncini di pesce

Amburgo, 2008. Un immigrato greco, suo fratello e un locale di periferia. Queste le coordinate del film scritto e diretto da Fatih Akin e presentato alla 66a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2009) dove ha vinto il Leone d’argento, gran premio della giuria.

Nonostante il premio importante, la pellicola non è riuscita a sbancare al botteghino. Tutta colpa di una trama debole che fatica a partire e che non invoglia certo lo spettatore a impegnarsi nella visione. Concorso di colpa anche per la regia, certamente non banale o “brutta”, ma molto lontana da ciò a cui gli occhi dello spettatore medio sono abituati: i film made in USA. La mano, in Soul Kitchen, è marcatamente europea e figlia della nouvelle vague; la voglia è (ancora) quella di raccontare la società che cambia ma, a differenza del movimento nato alla fine degli anni Cinquanta, si prendono in prestito gli artifici cinematografici più conosciuti. Un film che cerca, quindi, di allontanarsi dalle pellicole d’oltre oceano, ma che non riesce a distaccarsi del tutto dai prodigi di Hollywood. Soul Kitchen, anima della cucina o cucina dell’anima, nulla ha a che vedere con il cibo. Sì, è vero che l’ambientazione principale della storia è l’omonima bettola gestita dal protagonista, ma il cibo non fa che da sfondo alle vi- cende della vita privata dei protagonisti, il cui primo pensiero non è certo quello di avere una dieta sana. Il cibo viene trattato come un riempitivo dei buchi, non è utile allo svolgimento della storia e non serve nemmeno da sottofondo ai dialoghi: le migliori battute vengono, infatti, scambiate davanti a shottini e drink vari.

Nel complesso la pellicola non regala forti emozioni, né si può dire che ti faccia immedesimare nei personaggi; tutto sommato è però uno dei tanti modi per passare un’ora e mezza di tempo tra un libro e un altro durante la sessione d’esami.

Marta Negri

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