La grande abbuffata

Il portone di ferro battuto si apre con un cigolio. Tu attraversi il parco buio con passo incerto. Un paio di fari ti accecano. È il furgone del macellaio, ultimo inserviente a lasciare la casa.
Suoni il campanello, la doppia porta si apre. Ciò che compare dinanzi ai tuoi occhi ti lascia a bocca aperta. Terrine di pasta fresca all’uovo immerse in un denso sugo di cacciagione e spolverate di pecorino, teglie intere di pizza margherita, una ventina di polli ancora fumanti e infilzati nel loro spiedo, tortini di carne, stufati grondanti sugo di cottura, patate (fritte, al forno, lesse, a purè), pane bianco, pane nero, grissini vestiti con una gonna di dolcissimo prosciutto crudo. Ehi, ma più in là ci sono i formaggi: freschi e spalmabili, semiduri da accompagnare alla frutta e, infine, belli stagionati da ingurgitare assieme a vasetti ricolmi di marmellate, miele e mostarda. E per finire ecco il dessert: un’enorme cupola di cioccolato lascia intravedere un ripieno fatto di castagne, fragole, panna, meringhe, crema pasticciera, savoiardi, cacao in polvere e caffè.
Con un sorriso, il padrone di casa t’invita a metterti a tuo agio. «Sono felice tu sia riuscito a venire. Vieni, mangia. Nei hai fino a scoppiare».

Se con l’elenco appena fatto vi è venuta fame, allora dovete assolutamente vedere La grande abbuffata. Un film in cui il piacere per il cibo raggiunge livelli stratosferici, così alti da perdere inerzia e schiantarsi al suolo. Col suo film del ’73, infatti, il regista Marco Ferreri riesce a farci ribaltare lo stomaco e, con una metafora perfetta del consumismo sfrenato, ci fa assistere a una società in decadenza in cui il desidero ha sempre bisogno di essere alimentato, pena la depressione e il senso di inutilità.

Secondo il mio punto di vista, il capolavoro firmato Ferreri, è anche la perfetta metafora di Expo 2015: il ricco amico che ci mette a disposizione uno spazio, tripudio di cibo, colori e mignotte, desideroso di dare agli amici e a sé stesso la possibilità di sfogare i più perversi istinti animaleschi.
Tanto, che ce frega degli scandali? Basta che se magni.

Emanuele Secco

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