Farewell, amico banjo

Dopo l’enorme successo di Babel, che ha permesso loro di portare a casa una notevole quantità di statuette, dischi di platino e quant’altro, i Mumford and Sons se ne sono stati per i fatti loro per qualche tempo. Un mese fa, a distanza di tre anni, è uscito finalmente Wilder Mind.

Poche cose sanno spaventare i fan quanto le parole «un nuovo sound»: i Mumford, infatti, all’annuncio del disco in arrivo avevano precisato che rispetto ai primi due ci sarebbe stata una notevole differenza. Tradotto: basta roba acustica, benvenute chitarre elettriche. Vi confesso che la cosa mi ha istintivamente preoccupata, perché fosse per me questi quattro adorabili inglesi andrebbero in giro a suonare (più o meno) folk – con tanto di camicie di flanella – almeno fino agli ottant’anni. Ma l’incertezza sulle nuove canzoni non ha impedito, all’apertura delle prevendite per il concerto all’Arena di Verona del 29 giugno, il sold out in quasi ventiquattro ore. Ci sarebbe da aprire una parentesi sul meccanismo di “pre-prevendita” che ha portato a far sparire due terzi dei biglietti con due giorni d’anticipo, ma ci vorrebbe anche un intero numero de «La Gallina Ubriaca», perciò ve la risparmio. Però non abbiate timore, voi che ce l’avete fatta: hanno promesso di portare in tour gli strumenti acustici. Avremo comunque la nostra dose di banjo.

Tornando al disco, mi viene spontaneo porvi una domanda: vi piacciono i Coldplay? A parte gli scherzi, Wilder Mind non è poi così male: è sicuramente un sound diverso, ma non troppo. Sospetto che, se sostituissimo quelle chitarre con un banjo, sembrerebbe una specie di Babel – i ritmi, i testi e l’atmosfera sono all’incirca gli stessi. Sono dodici tracce mediamente lunghe e talmente simili le une alle altre da rendere quasi difficile distinguerle – va reso loro il merito, perché la cosa non disturba troppo. L’uniformità non è cosa nuova, ma in questo caso ho finito col notarla più distintamente: sembra mancare il ritornello trascinante, cosa che nei dischi prima (seppure monotoni) non mancava. Quello che un po’ preoccupa è che, rinunciando a quello che più li marcava (un sound preciso e riconoscibile), finiscano col confondersi con tante altre band tendenzialmente pop-rock.

Va detto, però, che buona parte delle canzoni promette di suonare alla perfezione in uno stadio o simili: lo vedremo alla prova dei fatti, tra meno di un mese.

Ilaria Bertoni

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