Odi et amo

C’è una cosa che vorrei finalmente dire al signor Baricco, per mettere le cose in chiaro a qualche anno dall’inizio della nostra frequentazione: a scherzare troppo col fuoco si rischia di rimanere scottati. Ma in cuor mio so che lui questo già lo sa, e sarei pronta a scommettere che è proprio per un irresistibile gusto di essere egli stesso uno dei suoi personaggi che il Preside continua imperterrito a scrivere come sempre ha fatto, fregandosene di tutto il resto.

Non vorrei essere fraintesa: a me i suoi romanzi piacciono molto, la maggior parte delle volte. Alcune cose che ha scritto le trovo geniali, senza esagerare, e mi sale un’invidia cieca solamente al pensiero che si sia inventato dei personaggi tanto affascinanti, totalmente fuori dal comune. Quanto mi ha fatto pensare il pittore Plasson che dipingeva il mare usando solo acqua di mare! Quanto avrei voluto essere Jasper Gwyn, così paziente nell’aspettare che tutte le lampadine si spegnessero prima di elaborare i suoi ritratti di parole! Ho contato gli ottantotto tasti del pianoforte infinite volte, ho voluto che il coraggio di Rachel trasparisse dalla sua folle ambizione di essere la prima a uscire viva da una caduta nelle cascate del Niagara.

Ma se tanto ho amato le sue parole, se sono rimasta così incantata da quello che ha scritto negli anni, com’è che fatico a ricordarmi la trama dei suoi romanzi? Ed è un po’ a malincuore che adesso mi verrebbe da rispondere: perché, in realtà, lui non ha poi così tanto da dire, e più passa il tempo più questa assenza di contenuti la si può quasi toccare.

Se ammettessimo questa cosa di comune accordo, allora tutto si ridimensionerebbe: il suo rimarrebbe un monologo inconfondibile, che affastella ragionamenti forbiti nello spazio di tempo in cui personaggi particolarmente interessanti conducono i loro affari, dicono le loro battute, incontrano chi devono vedere. Ma questa profondità di pensiero sarebbe condannata presto a svanire, guadagnando poco a poco la superficie, al punto che il tentativo di mascherare il vuoto – in modo virtuosistico, surreale, perfino ridicolo – diventerebbe sintomo di una mania di controllo dell’opera. E si arriverebbe all’autoreferenza in un lampo, sia nelle scelte stilistiche un po’ troppo sopra le righe, che nell’incapacità di uscire da un involucro narrativo sempre identico a se stesso.

Baricco questa strada l’ha già presa. Ogni volta che esce un suo nuovo libro, quasi mi impongo di non cedere. Raramente ci riesco. Leggo paziente, ma arrivata all’ultima pagina mi accorgo che è diventato sempre più difficile desiderare di cominciarne subito un altro.

Veronica Albarello

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