Un mondo a parte

Da Italiani, siamo abituati a viaggiare da un capo all’altro del nostro paese, senza preoccuparci del tempo che impieghiamo. Per questo ho avuto una specie di shock programmando il viag- gio a Krasnojarsk.
Io e le mie compagne di viaggio avremmo dovuto tener conto del fuso orario (sì, in Russia cambia anche da una città all’altra) e della necessità di viaggiare di notte. Impavide avventuriere, decidiamo di inoltrarci in quella dimensione tutta russa che è la transiberiana, un mondo fatto di personaggi e profumi inconfondibili. Spostateci da Tomsk a Taigá, ci accodiamo alla folla alla ricerca del treno. Siamo molti, nevica forte, i viaggiatori portano a mano delle vecchie valigie di pelle, le donne un fazzoletto di lana sul capo. È ora di salire. Fornisco il biglietto alla babushka, che lo controlla e lo conserva (altro che Trenitalia) e mi addentro nel vagone di terza classe. Vedo la mia cuccetta dal basso. Come diavolo ci salgo là sopra? Una bimba alla mia sinistra mi indica dei piccoli pezzi di ferro ai margini delle mia cuccette. Chiaro, devo arrampicar- mici. Zaino in spalla e via!

Mi ritrovo in uno spazio tanto stretto da non potermici sedere, se non affacciandomi sul corridoio. A penzoloni sistemo le mie cose, quando la tuttofare del vagone mi porta le lenzuola che – con mio estremo piacere da germofoba – sono sigillate. Aggrappandomi come posso, sistemo il letto per la notte, per poi sdraiarmi. Lo sguardo cade fuori dal finestrino, dove le betulle scorrono leggere, quasi prendendosi per mano, immerse nella neve. Le luci si spengono, si apre un mondo. Qualcuno mangia, appestando l’intero vagone col proprio spuntino (a -20 gradi non hai nessuna voglia di aprire i finestrini), altri si preparano un tè servendosi del bollitore del vagone, terzi giocano a carte. Proprio questi ultimi mi impediscono di dormire, così come quello spiffero che preme insistente sui miei reni e contrastando con l’aria calda e viziata. Mi copro un pochino con la giacca, quando un benefattore sconosciuto mi appoggia una coperta sul letto. Grazie a lui prendo sonno. Mi giro e mi rigiro, quando la voce della babushka mi annuncia che siamo quasi arrivati. Recupero le mie cose, sistemo il letto (le lenzuola vanno riconsegnate) e mi dirigo verso le mie compagne di viaggio. Accanto a loro siede una coppia di signori, che capisce all’istante che siamo straniere. «откуда вы?». Spiego di essere italiana e vedo i loro visi illuminarsi. Si parla subito di Celentano, ma poi delle ragioni che ci abbiano portato così lontane. Loro spiegano di venire da Mosca e che questo era il secondo giorno di treno. Ci danno indicazioni sulla città e il loro indirizzo in caso di emergenza. Ci salutiamo con un sorriso. In stazione, tra soldati che riabbracciano mogli e madri, ci sentiamo quasi in un romanzo, anche perché, dulcis in fundo, il telefono è scarico e non c’è connessione internet.

Valentina Bagozzi

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