L’univers(al)ità

Universalità. Concetto affascinante e punto chiave di questa rubrica. Secondo la Treccani, oltre a rappresentare il «carattere di ciò che è universale», il termine indica un «insieme di cose o persone considerate nella loro assoluta totalità». Quest’ultimo significato mi piace molto. Potremmo giù intenderlo come l’insieme degli studenti di una specifica facoltà o di quelle umanistiche; in alternativa, l’insieme di tutti gli studenti dell’UNIVR.

Un altro insieme dal carattere universale può essere quello delle istituzioni che, tassello per tassello, formano l’Ateneo. Uffici, attrezzature e persone abituate a essere il bersaglio per l’insulto facile lanciato dallo studente insoddisfatto. Per carità, spesso e volentieri le cose non funzionano proprio grazie a loro, ma ricordiamoci che questi sono fatti di persone. Per cui, la prossima volta che ci scappa di insultare “la segreteria”, annotiamoci nome e cognome del bersaglio umano. Suvvia, ci sono anche persone per bene lì in mezzo (e credo/ spero in maggioranza).
Ciononostante, siamo ancora a livello fin troppo locale. Ampliamo la visuale, grazie.

Consideriamo l’universalità degli studenti Erasmus; e la nostra cara Martina ne è l’esempio perfetto (bentornata, tesoro). Per carità, qualcuno potrà essere davvero il pargolo erede del riccone di turno, ma a me piace pensare che la maggior parte di loro (e i genitori in primis) abbiano affrontato molti sacrifici per poter vivere un’esperienza unica e, in futuro, utile.

Ampliamo, ampliamo. Eccoci all’universalità degli studenti universitari. Cazzoni, secchioni, in mezzo c’è di tutto. Però, per favore, non cadiamo nel solito giochetto del «Eh, a cosa vuoi che serva studiare sui libri? C’è gente che con la terza elementare in tasca ha creato grandi aziende» o del «Eh, ma guarda cosa combinano i laureati al governo». Gli studenti fannulloni rovinano la reputazione di una maggioranza fatta di persone che studiano per passione, per la voglia irrefrenabile di crescere e sviluppare competenze, desiderose di dare il proprio contributo affinché la cultura generale che li denigra venga estirpata una volta per tutte.

Potrei andare avanti ancora e ancora, riempiendo in toto le otto pagine che avete appena letto (spero volentieri). Resta il fatto che, dal mio punto di vista, l’universalità è un concetto affascinante: la totalità rimane la totalità, ma la sua analisi richiede l’esame dei singoli casi. In caso contrario, l’errore scatta in automatico. Anche se, detta in altro modo: «Va ben tutto, purché si scriva».
Lo so, questa mezza paginetta ha un che di nostalgico. Capitemi: il mio libretto è agli sgoccioli.

Emanuele Secco

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