Il senso delle cose

La riflessione sul senso delle cose, in ogni persona, arriva sempre puntuale e, purtroppo o per fortuna, porta con sé una miriade di domande che spesso non hanno una risposta chiara. I sintomi sono sempre gli stessi: ci si sofferma a pensare a quale sia la scelta giusta in un determinato momento dell’esistenza.

La scelta dell’Università è senza dubbio uno di quei momenti, soprattutto se alle spalle c’è un percorso che già si è deciso di intraprendere.

Nel caso specifico del corso di Editoria e giornalismo, la riflessione sulla quale è necessario soffermarsi riguarda il vero significato di ciò che vuol dire diventare un giornalista. Non me ne vogliano i colleghi editori, e per questo chiedo perdono in anticipo, ma il caso giornalistico credo meriti un discorso un tantino più ampio.

Molti di voi sapranno che per poter esercitare la professione di “giornalista pubblicista” è necessario aver svolto un’attività giornalistica continuativa e regolarmente retribuita per almeno due anni. Mentre per diventare “giornalisti professionisti”, e iscriversi nel relativo albo è necessario un praticantato o scuola di giornalismo, svolgere 18 mesi di praticantato e, inoltre, frequentare uno dei corsi di formazione o preparazione teorica anche a distanza, della durata minima di 45 ore, promossi dal Consiglio Nazionale o dai Consigli Regionali dell’Ordine. Oppure, in alternativa, bisogna aver frequentato per un biennio una delle scuole di giornalismo riconosciute dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. E infine superare l’esame di idoneità professionale.

Com’è facile intuire, l’Università degli Studi di Verona non è riconosciuta tra le Scuole di giornalismo e, come molti degli ex studenti sanno, non c’è nessuna possibilità per chi è in possesso del diploma di laurea in Editoria e giornalismo di poter accedere all’esame per l’idoneità professionale. Paradossalmente, hanno maggiori probabilità coloro che hanno avuto la fortuna di trovare un giornale caritatevole (fenomeno leggendario) che garantisse loro i due anni di attività giornalistica continuativa e regolarmente retribuita. E per far ciò, udite e udite miei cari colleghi, non occorrono lauree di nessun tipo. Naturalmente si potrebbe ripiegare su qualche dottorato, ma come molti di voi sanno non si tratta di un lavoro “vero”, non c’è una reale indipendenza economica. C’è chi potrebbe obiettare: «Da quando fare il giornalista significa svolgere una professione vera?».

A questo punto non saprei proprio dirlo, ma cosa ci si può aspettare da uno Stato che langue e fa mancare ai propri cittadini le risorse basilari per vivere in maniera dignitosa? Ahimè, purtroppo il problema è molto più ampio e ben lontano dalla nostra Università. «Il senso delle cose» scrivevo all’inizio; si può trovare un senso a questo?

Francesca Assenza

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