Aylan

Mai come in questi tempi il titolo di questa rubrica risulta tanto attuale, tanto veritiero. Le parole prese in prestito al buon vecchio Orwell mai come oggi ci appaiono così chiare ed evidenti. E se ancora non capite a cosa mi stia riferendo, vi do un indizio, anzi un nome e un cognome: Aylan Kurdi. Aylan era un siriano, ma prima di essere siriano, prima di tutto il resto, era un bambino. Un normalissimo bambino di tre anni, apparentemente uguale a qualsiasi altro bambino della sua età. Aylan, che è nato a Kobane, la città al confine con la Turchia devastata dalla violenza omicida del califfato. Aylan, che è fuggito insieme ai suoi genitori e al fratello maggiore Galip nella speranza di raggiungere l’Europa, la salvezza. Aylan, che è riuscito nell’impresa, ma non da vivo. La violenza del mare lo ha strappato dalle braccia del padre, durante un nubifragio che la piccola imbarcazione su cui viaggiavano non poteva sopportare. Solo il corpo di Aylan è arrivato in Europa, ma non la sua anima, non la spensieratezza e la gioia di vivere che lo contraddistinguevano. Insieme a lui hanno perso la vita anche il fratello e la madre. L’ennesima tragedia del mare, non diversa per modalità e distribuzione ad altre che stanno tuttora accadendo. Voglio però pensare che il sacrificio di Aylan sia servito a qualcosa. Le immagini, tremende, del poliziotto turco che solleva il corpicino del bambino rivolto esanime sulla spiaggia di Bodrum hanno fatto il giro del globo. Sono diventate un simbolo della crudeltà dell’uomo, delle migliaia di profughi in fuga dalla guerra, ma soprattutto di quanta disuguaglianza sociale esista su questa Terra. Non è dunque vero che Aylan era un bambino come tanti altri. Aylan faceva parte di quella schiera di esseri umani di rango inferiore, che hanno avuto la sfortuna di nascere dalla parte del mondo sbagliata. Fino a quando le distanze vengono rispettate, fino a quando muoiono e soffrono per conto loro, facciamo finta di niente e nulla arriva alle nostre orecchie. A volte però quella parte del mondo grida soccorso, mettendo a dura prova la nostra tolleranza, attivando i nostri meccanismi di difesa. Solo in quelle occasioni ci accorgiamo dell’esistenza degli altri e, se non fosse per immagini come quelle di Aylan, ne rimarremmo indifferenti. Anzi, reagiremmo male, scocciati: «È un’invasione», «Non c’è posto per tutti», «Aiutiamoli a casa loro».

La verità è che la stalla degli animali non è un posto qualunque: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Aylan e la sua famiglia lo hanno scoperto a loro spese. E noi siamo affondati con loro.

Riccardo Vincenzi

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