Bruxelles, 16 novembre 2015

«Il cielo si è tinto di rosso sopra Parigi». Più volte ho letto e sentito questa frase in questi ultimi giorni e continua a non suonarmi familiare. No. Non sono d’accordo in realtà. Non è il cielo a essersi tinto di rosso. È la stessa terra su cui poggiamo i piedi a essersi macchiata di sangue. Ancora una volta di sangue innocente.

Attribuire questo evento al cielo sarebbe come paragonare l’attentato di Parigi all’11 settembre, alla strage di studenti in Kenya o all’attacco a Beirut di questo weekend. Tutti eventi tragici, sanguinosi, ma che nella vecchia Europa sentiamo molto distanti da noi, quasi irreali, come se non ci riguardassero. Guardando la caduta delle Torri Gemelle da uno schermo, non immaginiamo le grida dei nostri cari, il dolore dei parenti, la paura degli amici. Sembra quasi come guardare un film, perfettamente realizzato e con effetti speciali al limite del verosimile, ma che non riusciamo a capire, per il quale possiamo piangere giusto qualche minuto prima di immergerci nuovamente nelle nostre vite. Al sicuro all’interno delle nostre case, tranquilli passeggiando per le strade, occupati dalla routine della nostra vita frenetica, non abbiamo tempo per avere paura. Non sappiamo cosa sia la paura…

A partire dallo scorso inverno la tranquillità dell’Europa, qui in Belgio in particolare, ha iniziato a essere minata. Gli allarmi bomba, che a febbraio si sono susseguiti di continuo per una settimana intera, riprendono adesso (l’ultimo questa mattina in Rue de la Loi, pieno quartiere delle istituzioni europee). Bruxelles viene definita il centro organizzativo degli ultimi attentati terroristici, arresti continui nel comune brussellese di Molenbeek, un terrorista in fuga per la città… Parigi, rispetto a Bruxelles, è dietro l’angolo e, se fortunatamente non abbiamo perso nessuno a cui teniamo durante gli attentati, conosciamo tutti almeno qualcuno che ha dovuto dire addio a un amico, un collega o un parente, o che ha vissuto l’orrenda esperienza di vivere per un giorno in una città sotto assedio.
Manca la voglia di scherzare, qui a Bruxelles, di uscire a divertirsi, di bere qualcosa in un bar. In questi giorni, nonostante si continui a vivere normalmente, ad andare al lavoro, a far la spesa nei supermercati, l’aria è carica di tensione. Sguardi più attenti e vigili si rincorrono nelle strade, nei vagoni della metro. I muscoli sono pronti a reagire e a scattare in caso di pericolo. Militari armati nei locali pubblici, controlli agli ingressi, il furgone degli artificieri che fa il giro dei quartieri residenziali. Ci si chiede quando e dove sarà il prossimo attacco. Roma? Londra? Washington? O dietro casa? Credo chiunque si sia immedesimato tra gli spettatori del Bataclan durante i minuti che hanno seguito lo spettacolo degli Eagles of Death Metal. Come avremmo reagito, cosa avremmo fatto per scappare, cosa avremmo pensato e a chi avremmo pensato sapendo che quello sarebbe stato probabilmente l’ultimo momento della nostra vita? Personalmente ho passato le ultime due notti a vivere e immaginare, da sveglio e durante i miei incubi, un simile avvenimento nella città in cui vivo. Sarebbe stato a Bourse, vero centro metropolitano? Nelle terrazze all’aperto dei bar di Saint-Géry, dove centinaia di ragazzi si ritrovano il fine settimana? Nella metro sotto il palazzo della Commissione Europea?
In un momento simile vivere in una grande città non è rassicurante.

Nonostante tutto, se questo venerdì 13 di Parigi ci ha insegnato che non ci sono limiti all’orrore e alla violenza, ci ha mostrato che è proprio in questi momenti che si risveglia il nostro lato più umano e coraggioso. Se i social network impazzano di messaggi razzisti che incitano all’odio e fomentano la paura verso gli stranieri e gli immigrati, per la prima volta i parigini, esseri fieri ed individualisti, hanno aperto le porte delle proprie case alla gente in fuga nelle strade, dando loro una possibilità di salvezza. Persone sino a quel momento perfettamente estranee tra loro si consolavano l’un l’altro nelle strade e si aiutavano nella ricerca dei propri cari dispersi durante la confusione. Quella notte a Parigi, persino durante il momento più buio, era possibile trovare una spalla su cui piangere. E ora a Bruxelles si vedono risplendere i monumenti e la Gran Place di blu, bianco e rosso, bandiere francesi sventolano nei locali, risuonano le note della Marsigliese, della Vie en Rose di Edith Piaf, persino la Parisienne di Marie-Paule Belle, per dare una nota d’ironia all’orrore che si respira in questi giorni. Il Belgio e la Francia sono sempre stati rivali, ma in questo momento anche a Bruxelles ci si sente tutti un po’ francesi.

Carlo Obinu

Annunci

Commenta l'articolo

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...