Tu vuo’ fa’ l’americano

Giunto alla sua quarta produzione americana, Gabriele Muccino – mi sento di dirlo – può essere inserito nella categoria “cervelli italiani in fuga”. D’altro canto, se dovessi giudicarlo dalle sue interviste, da quel suo modo di parlare lento e falsamente intellettuale, potrei odiarlo. Allo stesso tempo credo però che  un regista vada giudicato per quello che è il suo mestiere, ossia riprendere contesti e soggetti, e dar loro vita, nella speranza di  trasmettere qualcosa al pubblico. Un’emozione. E qui Muccino non sbaglia: fa vibrare le corde più profonde della sensibilità umana attraverso un film altamente fruibile, popolare, abbandonando il timore di mettersi in gioco con un cast interamente hollywoodiano che solitamente tende all’autoesaltazione, al divismo esasperato. E così vediamo un Russell Crowe maturo, che dismette finalmente i panni dell’eroe da colossal (tanto caro a Ridley Scott) per scivolare in quelli della persona comune, come Jake Davis, scrittore di New York, che si trova a dover fare i conti con la vita: la perdita della moglie in un incidente stradale da lui stesso causato e il progressivo acuirsi di una malattia fisica e mentale che si manifesta sotto forma di forti convulsioni. L’unica gioia rimane la figlia, una splendida Amanda Seyfried, punto di riferimento e musa ispiratrice dei suoi libri.

In Padri e figlie c’è moltissimo dello stile di Muccino: l’eterna lotta di personaggi comuni verso obiettivi lontani e scivolosi, apparentemente inafferrabili. Ma anche la difesa estrema delle proprie intime certezze, quei bagliori di speranza verso i quali vale ancora la pena lottare. C’è chi ci riesce, c’è chi molla senza nemmeno tentare. Poi c’è la categoria più vasta (a cui apparteniamo tutti noi, a cui appartengono i personaggi che tessono la trama del film) di chi, prima di arrendersi, prima di capire che il fossato è davvero troppo largo per essere superato con un balzo, finisce con il fondoschiena a mollo almeno un paio di volte.

Riccardo Vincenzi

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