Spirito di adattamento

C’era una canzone che diceva «Prima di patire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più» e in un certo senso, sento di dover condividere. Di fronte a un viaggio che ti porta lontano dalla tua comfort zone, da un lato bisogna godersi il momento senza pensare agli affetti (non preoccupatevi, saranno sempre lì ad aspettarvi), dall’altro bisogna sapersi adattare. Lo spirito di adattamento si sviluppa col tempo, soprattutto dopo essere incappati in situazioni singolari che, passato il panico del momento, diverranno poi forse i vostri ricordi più divertenti.

La Siberia è un mondo affascinante, al di fuori delle logiche dell’occidente. Sfortunatamente lo è anche dal punto di vista igienico-sanitario. In viaggio verso il dormitorio, scopro che questo è appena stato ristrutturato appositamente per noi stranieri. Mi faccio grandi aspettative. Grave errore. Una volta nella stanza, noto le grandi finestre costellate di animaletti morti, ma faccio leva sul mio spirito da viaggiatore inesperto. Mi alzo la mattina seguente per le lezioni, preparo la borsa e vado in cucina per la colazione. Con un certo entusiasmo mi avvio verso la porta che, nonostante tutta la mia forza, non si apre. Al terzo tentativo la porta si spalanca su una donna enorme, la signora delle pulizie, che con fare minaccioso mi intima di rimanere in cucina, altrimenti avrei sporcato il corridoio. Non le importava proprio niente dei miei studi. Ovviamente arrivo a lezione in ritardo.

Al rientro ci informano che saremmo stati sottoposti a dei controlli sanitari per la tubercolosi e le malattie della pelle. Inizio a covare una certa ansia colpita nel mio punto debole: le malattie. Arriviamo in quello che loro definiscono un ospedale. L’odore forte di chiuso, il soffitto basso, l’alta densità di persone e i macchinari abbandonati nel corridoio generano dentro di me un’ansia insostenibile. Non riesco a star ferma, sudo, ma cerco di appellarmi alla poca pazienza rimasta.

Il primo step è una radiografia ai polmoni, fatta da una radiologa decisamente poco paziente. Normale per lei pretendere che dei ragazzi stranieri terrorizzati capiscano alla lettera quello che chiedi loro. Mi faccio avanti timorosa e noto con orrore che il macchinario non era stato disinfettato, nonostante ancora non fossimo stati sottoposti al controllo delle malattie della pelle. Sull’orlo di un esaurimento, mi faccio fare la radiografia e, quasi con le lacrime agli occhi, mi dirigo dalla dermatologa. In preda all’orrore noto che il medico mi visita senza guanti. Mi lancio fuori da quella clinica degli orrori fino a una tavola calda uzbeka, dove ero solita mangiare. Mi accomodo, gustandomi il pasto e tirando un sospiro di sollievo. L’atmosfera viene rovinata da un commensale: un grosso scarafaggio che scorrazzava allegro sul mio tavolo.

Valentina Bagozzi

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