Ho un sassolino nella scarpa

Segue dall’articolo «Se potessi avere 1000 lire al mese».

Dopo il goffo tentativo di spiegare come sia la vita del quasi-stagista, mi trovo qui a raccontare quello che accade una volta superate tutte le barriere burocratiche e i bastoni che ci mettono tra le ruote, e soprattutto dopo aver mandato giù il rospo di uno stage a titolo gratuito.

Per chiederne l’applicazione (dall’inglese application, che pare sia più corretto di un semplice “fare domanda per”) è necessaria un’attenta lettura della proposta di stage. È necessario non fraintendere quello che trovate scritto: ricordate che una descrizione troppo lunga spesso significa che hanno indorato la pillola e con molta probabilità solo un paio delle mansioni scritte saranno il vostro vero compito.

Se avete superato il colloquio, nel quale sono sicuramente state adottate tutte le regole di psicologia che si possono leggere sul web – test di logica, domande a trabocchetto e quesiti esistenziali (il mio preferito è «Se fossi un materiale, quale materiale saresti?» «Ma che cazzo?!») –, potete finalmente iniziare l’affiancamento con la stagista in uscita. Sarà lei a spiegarvi veramente il lavoro che andrete a fare nei mesi a venire, vi passerà contatti e indicazioni preziose per restare a galla nel mare in tempesta chiamato comunemente database.

Dopo il passaggio del testimone potrete iniziare a lavorare in totale indipendenza, perché di questo si tratta e non di uno stage dove siete affiancati da un tutor. Mi è capitato uno stage in cui il capo ne sa meno della stagista precedente, ma copre benissimo queste sue lacune utilizzando inglesismi. Sì, avete letto bene: chi tendenzialmente cerca di arricchire una spiegazione con finti termini tecnici derivanti da un vocabolario straniero è sicuramente uno che ne sa poco, ma di contro ha letto tutto sull’argomento in questione.

Magari un aneddoto può chiarire il concetto. Dovevo scrivere una newsletter per promuovere un’attività dell’azienda. Butto giù le prime righe e quasi subito vengo redarguita dal capo, che per spiegarmi come dovrebbe essere scritta mi dice queste testuali parole: «Per rendere questa newsletter più catching devi essere più smart, usa la tua user experience!». Solo dopo ho scoperto che lui non sapeva nemmeno accedere al portale che usavamo per scriverle.

Per non essere fraintesa in questa mia breve serie di articoli sugli stage vorrei sottolineare che non è mia intenzione far perdere le speranze ai giovani lettori perché non tutti gli stage sono inutili. Al contrario, spesso sono esperienze meravigliose da cui si possono trarre moltissimi insegnamenti.

Il consiglio che vi posso dare è di diffidare dalle imitazioni e, se non è l’Università a tutelarci, dobbiamo imparare a farlo da soli!

Rebecca De Conti

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