Dire addio ad Harper Lee

Mi sono accorta che il suo libro non lo conservo con gli altri sulla libreria, ma ce l’ho sempre a portata di mano. Ogni tanto lo prendo, lo sfoglio in modo distratto, mi soffermo a leggere qualche pagina. Ma poi non lo ripongo al suo posto, lo lascio dove l’ho trovato, dove so di poterlo raggiungere facilmente.

È strano, ora, trovarsi di fronte alla morte di Harper Lee. È strano, di punto in bianco, avvertire la mancanza di una persona che non hai nemmeno mai incontrato e che non avrai più l’opportunità di incontrare, o trovare una giustificazione all’impotenza che provi davanti alla sua scomparsa e dare una risposta al tuo dispiacere – il tutto senza rischiare, al contempo, di appropriarti di un lutto non tuo.

Ecco che in casi come questo, per non essere fuori luogo, basterebbe solo piegare la testa, e sussurrare un semplice «Riposa in pace, Nelle»: scommetto che a lei sarebbe bastato. Se non fosse che, volente o nolente, Harper Lee ha dato il diritto a noi lettori di piangerla, e di farlo a gran voce. E a quel diritto ha dato un titolo, Il buio oltre la siepe – a mio avviso uno dei romanzi più belli che siano mai stati scritti. Una storia di generosità, solidarietà e tolleranza, che affronta e indaga i limiti mentali e fisici dell’uomo, alla ricerca di cosa sia giusto e cosa non lo sia. Un romanzo sull’importanza di non barricarsi nelle proprie certezze ma di superare i pregiudizi, sul rispetto e la considerazione degli altri. Un romanzo a cui si attribuisce anche il merito di aver saputo raccontare in modo semplice una storia semplice, basata sul rapporto dei padri con i propri figli, su fratelli e sorelle, amicizie d’infanzia, chiacchiere di una vita di paese.

È in virtù di un lavoro memorabile come il suo che il mio dolore, anche solo per un momento, diventa legittimo. E sento allora di potermi prendere anche la libertà di oltrepassare quella siepe che la riparava dal resto del mondo e ringraziarla, ancora una volta per averci regalato la sola storia che per lei aveva un senso, quella nella quale mettere tutta se stessa, quella che non le avrebbe fatto venir voglia di scrivere altro. Grazie per non aver avuto paura di nascondersi dietro alla perspicace intelligenza di Scout. Per Jem, ché si comporta un po’ come il fratello maggiore di tutti. Per Atticus Finch e il suo credere in un mondo in cui si cerca di vincere anche quando si sa di avere già perso. Ma soprattutto grazie per Boo Radley, ché ci osserva senza pregiudizi, ride delle nostre marachelle, ci regala figurine di sapone, orologi rotti, monetine portafortuna. Anche la nostra stessa vita, se ce n’è bisogno.

Veronica Albarello

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