Без права на выезд, Без визы на вдох, Без визы на выдох.

Ah, l’Italia! Una perla che splende nel Mediterraneo. Quante volte nella lontana Siberia, sentendomi parlare in italiano, le persone si meravigliavano e il ghiaccio sui loro volti per un attimo lasciava posto a un sorriso. Quante volte sentivo gli amici russi confrontare il loro paese con il nostro, un paradiso terrestre dove si mangiano prodotti freschi, dove ci sono tante testimonianze del passaggio di popoli antichi, dove c’è libertà di espressione. Forse è questo sogno che spinge i membri delle vecchie repubbliche sovietiche e i russi stessi a emigrare da noi.

Non solo nel caso specifico degli immigrati proveniente dall’est, ma per tutte le persone provenienti da paesi non facenti parte dell’Unione Europea (i cosiddetti “extracomunitari”), l’iter per ottenere il permesso di soggiorno può rivelarsi un’impresa degna del miglior romanzo, condita di peripezie e colpi di scena.

Vediamo il caso di Kristina. Richiede il permesso di soggiorno il 2 ottobre 2015, pagando circa un centinaio di euro. La durata del permesso è di tre mesi, come previsto. La nostra eroina tuttavia non lo riceve. Almeno non del tutto. Ottiene una ricevuta del pagamento effettuato alle Poste, con cui non può ottenere il codice fiscale e quindi la tessera sanitaria, non può aprire un conto in banca, non può uscire dall’Italia se non per tornare al paese di origine. Niente Schengen. Pazienza, aspetterà! Aspetta, e aspetta, finché arriva il momento in cui si deve ritirare questo benedetto permesso di soggiorno per studio. Signori, reggetevi forte! È un tiepido mattino di gennaio quando l’oggetto del suo desiderio le viene consegnato con scadenza… 31 gennaio 2016! Ci si aspetterebbe che dall’angolo esca un mona con il cartello «Sei su Scherzi a Parte», ma purtroppo, per quanto cerchi io stessa di sdrammatizzare, parliamo della dura realtà.

La nostra eroina non può far altro che chiedere il rinnovo e stavolta pagare altri 100 euro per la richiesta di un permesso annuale. Kristina però non si dà per vinta, e decide, in quel poco lasso di tempo che le rimane prima della scadenza, di fare le pratiche per ottenere il codice fiscale e poi aprire un conto in banca. Fila tutto liscio, forse troppo. In banca le viene detto di essere in possesso di due codici fiscali. Boom! Colpo di scena! A quanto pare qualche nostalgico ha pensato bene di scrivere nel codice che fosse nata nell’URSS e un altro incauto genio ha pensato subito di correggerlo, senza cancellare l’errore del collega. Che peccato! Non resta che perdere un’altra giornata a sistemare gli errori di altri, indignandosi. Indignandosi ancora.

Valentina Bagozzi

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