La stranezza che ho nella testa

Ancora oggi nelle vie di Istanbul può capitare, a certe ore della notte, d’incrociare gli ambulanti che vendono la boza, una bevanda tradizionale che risale ai tempi dell’impero ottomano. È su una di queste figure solitarie che si concentra l’ultimo romanzo di Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa, uscito per Einaudi qualche mese fa: Mevlut arriva nella città a dodici anni, alla fine degli anni Sessanta, e trascorre tutta la vita a vendere boza. Nel suo peregrinare notturno trova una pace che, seppure negli anni le sue fortune cambino di continuo, non riesce a trovare in nessun altro modo.

Al matrimonio del cugino, poco più che ventenne, basta uno sguardo scambiato con una delle sorelle della sposa per spingerlo a spedire alla bella Rayiha, nei tre anni successivi, decine e decine di lettere d’amore, alle quali lei – va sottolineato – non può rispondere. Dal nostro punto di vista di giovani occidentali degli anni Duemiladieci, nei quali una risposta tardiva su WhatsApp può generare catastrofi sentimentali, occorre un bello sforzo per immedesimarsi. Come può un giovane di ardenti passioni ma scarsi mezzi ottenere la donna dei suoi sogni? La rapisce, in accordo col cugino, ed ecco che Mevlut, finalmente, può rivedere il suo viso per la prima volta dopo quell’unico incontro. Solo che non si tratta di Rayiha. O meglio, sebbene il nome corrisponda, la ragazza è quella sbagliata: le lettere sono state spedite alla sorella maggiore, ma scritte col pensiero agli occhi di Samiha, la minore. È l’inizio di una lunga serie di malintesi, questioni familiari irrisolte, situazioni destinate a ripetersi generazione dopo generazione, e un interrogativo emerge su tutto: cosa contano davvero, le “ragioni delle labbra” o le “ragioni del cuore”? I personaggi emergono a turno e parlano, spiegando la loro prospettiva, e la narrazione si completa così pagina dopo pagina.

L’amore di Mevlut per la città che lo ha accolto e cresciuto è lo stesso che da sempre anima i libri di Pamuk, nei quali Istanbul è descritta con una precisione (nei suoi lati più o meno piacevoli) e una delicatezza degne d’un innamorato, e questo bel romanzo non fa eccezione: alle storie dei personaggi si affiancano, infatti, le vicissitudini politiche e sociali che ne hanno mutato il volto nel giro di cinquant’anni.

Ilaria Bertoni

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