Sigarette la mattina

Quando mi sono svegliata quella mattina, credevo fosse solo un martedì come tanti, fatto di occhiaia, insulti e code in auto. Era appena iniziato febbraio, la sessione d’esami mi pendeva sulla testa come una ghigliottina della rivoluzione francese e la voglia di studiare era inversamente proporzionale al freddo che faceva fuori. Non avevo idea che da li a poco la mia giornata avrebbe preso una piega totalemente inaspettata…

Dopo una difficilissima sessione di trucco, un tentativo di abbinare i colori dei seimila capi d’abbigliamento che siamo costretti a portare d’inverno e un paio di caffè della moka (si sa che non valgono come quelli del bar), carico tutta la mia voglia di vivere in macchina in direzione Università. Accendo contemporaneamente la radio e il riscaldamento con un gesto automatico e involontario, rispettivamente DeeJay e 21.5° (ventola al massimo su vetro e piedi). Freccia, esco dal parcheggio e via, verso la lotta per un posto auto e un posto studio. Sulla strada mi stupisco dello scarso traffico, anche se la cosa ovviamente non cambia il mio umore in meglio, c’è ancora troppa umanità a questo mondo. Penso: «Perchè non sono nata Kim Kardashian? Accetto anche il culone se questo mi permette di non svegliarmi presto la mattina!».

Arrivo in prossimità della zona universitaria e il clima inizia a farsi quasi inquietante. È come se le strade avessero il filtro X-PRO II di Instagram, i neri sono esaltati e il tutto è incorniciato da una vignettatura innaturale. Trovo immediatamente parcheggio, inizio seriamente a preoccuparmi e guardo nervosamente l’ora per capire se sono io la cretina che è uscita di casa alle 6 della mattina. Invece no, sono le nove in punto. Tenendomi stretta la borsa mi avvio verso il chiostro, immergendomi in un clima post-apocalittico. Anche qui nessuno, qualche cartaccia che danza rasente il pavimento grazie alle correnti d’aria. Proseguo verso il palazzo di Lingue con l’intenzione di andare al bar a bermi il primo caffè del giorno (già detto, la moka non vale). Dal suo gabbiotto all’ingresso il receptionist mi lancia un’occhiata tra lo stupito e il divertito. Spalanco la porta a vetri e la situazione che mi si presenta non è diversa da quella della strada: foglie secche e palle di fieno, nebbia e pioggerellina, nemmeno un’anima viva. Ho timore ad attreversare il prato ma prendo il coraggio a quattro mani e vado verso il bar. Gli ultimi passi, la porta inizia a delinearsi nitidamente davanti ai miei occhi astigmatici.

E lo vedo…

Bianco, grande e quadrato. Inquietante, minaccioso e plastificato. Il grosso cerchio barrato al centro ricorda il ghigno sinitro di Jocker, beffardo e terrificante; ed è come se anche lui fosse li attaccato a quella porta, me lo immagino ridere buttando indietro la testa come la Carrà. È come una rivelazione, ora ho aperto veramente gli occhi e li vedo, sono dappertutto. Giro su me stessa e come per magia compaiono macchie bianche quadrate plastificate su qualsiasi parete del palazzo, finestre e porte.

Ora si spiega tutto, il clima sinistro, il chiostro deserto, il giardino “pien de udo”. Un cartello, un disegno di legge, due parole e un cerchio rosso barrato: VIETATO FUMARE. Era il 2 febbraio 2016. L’inizio della fine. Forse. Ma anche no.

Non so che fare, credo di contare circa 150 bpm (battiti del cuore per minuto, n.d.r.), mi sussulta il miocardio e il respiro si fa corto. Non l’ho mai provato ma tutto mi fa pensare che sia un attacco di panico. Cerco di mantenere la lucidità e inizio a correre verso la porta a vetri da cui sono arrivata. La spalanco, entro e continuo a correre. Supero il gabbiotto della reception e lo stesso portiere che prima ridacchiava, ora se la sta maleficamente ghignando, sembra addirittura che abbia una torcia accesa sotto il mento come i cantastorie dei Piccoli Brividi. Non mi devo fermare, continuo la mia corsa verso la libertà ma inciampo rovinosamente a metà chiostro. Un capitombolo a rallentatore. Sto per schiantarmi rovinosamente sul pavimento quando…

Mi sveglio, sudata e terrorizzata. Era un sogno, niente di vero. Posso ancora fumare in chiostro, in giardino e in su tutte le scale d’emergenza. Guardo il cellulare che mi conferma la data: 2 febbraio 2016. Sono le 7.45 del mattino. Mi vesto, faccio colazione e volo verso l’Uni, devo assicurarrmi che fosse solo un sogno. Arrivo, parcheggio (subito) e mi dirigo verso il chiostro. Vuoto. Filtro X-PRO II. Cartelli bianchi ovunque.

È vero. VIETATO FUMARE.

Giro i tacchi, vado al Cambridge, bevo un caffe e mi accendo una sigaretta. Fottuta psicologia inversa.

Rebecca De Conti

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