Oltre la sessione: università underground

L’università è un mondo incompreso.
È un grande progetto di cui noi stessi siamo le menti. Lo studente che si iscrive all’università è in realtà un investitore. Ciò che investiamo, ancor più del denaro, iscrivendoci all’università, è la nostra personalità. Il sistema universitario si presenta alla matricola in una dimensione piena, che però spesso si esaurisce nell’esame o nella tesina scritta. L’università è una cosa meravigliosa. Un sistema composito di facce, dispense, libri comprati, libri scaduti, libri venduti e svenduti, una dimensione intensa, di quelle che fanno crescere, che tuttavia non viene sempre indagata fino in fondo. L’università è una macchina modello base. Odora di indipendenza e avventura, ma testandola per vie più impervie ci si accorge che gli ammortizzatori forse non ammortizzano, che le buche fanno male e che il bolide brucia più risparmi che asfalto.

Sconforto.

L’entusiasmo tende allora forse a placarsi, la carrozzeria lucente sbiadisce, l’Arbre Magique al pino silvestre emana effluvi di alghe dell’Adriatico.

Prima di affidarsi a Subito.it e abbonarsi al buon vecchio bus, investiamo ancora: questa volta quaranta centesimi, il prezzo di uno stucchevole tè delle macchiette, e riflettiamo sulle potenzialità del mezzo. Cerchiamo di scoprire cosa possa offrirci sfatando miti ormai stagionati e rivalutando aspetti non sempre osservati.

 

L’università mi fa sentire più indipendente

“Bellissima l’università. Il lunedì mattina ho tre ore buche e il martedì mi alzo alle nove. Per non parlare del mercoledì universitario.”

Dalle matricole viene spesso osservato quanto l’università lasci più spazio rispetto alla scuola. Lo spazio di un caffè al bar alle dieci del mattino, di una passeggiata tra una lezione e l’altra, di una serata immune dal mantra “torno presto, domani il prof interroga”.

L’indipendenza della matricola, analoga a quella che si prova quando per la prima volta ci si ritrova al volante della fiat di seconda mano di tua sorella quarantenne, è un qualcosa di catartico, indescrivibile a parole. Solo la sensazione che anni di battaglie indipendentiste siano valsi a qualcosa, niente più.

 

L’università è noiosa

L’università si modella sullo studente. Sull’uso che ciascuno di noi decide di farne. Sta a noi decidere se e come sfruttare i mezzi che ci mette a disposizione. Esiste un mondo speculare all’agonizzante tripletta lezioni-casa-studio: un’università viva, attiva. Vivere l’università significa prendere la macchina modello base e dotarla di quegli optional che la rendano NOSTRA. L’Università ci offre delle opportunità. In primis quella di investire in noi stessi, di giocare con le nostre potenzialità, di confermarle o di prendere coscienza dei nostri limiti.

Ti piace scrivere? Cantare? Ami fare attività fisica e mantenerti in forma? Pensi di avere qualcosa da dire? ATTIVATI! Segui il tuo ritmo, imposta una direzione, ridimensionala, balla, urla canta. Take a walk on the wild side!

 

L’università non fa per me

Una cosa forse sfugge all’occhio inesperto della matricola. Veniamo chiamati fin da subito a personalizzare il nostro percorso. Ci viene chiesto di scegliere quali corsi frequentare, cosa studiare. L’altra faccia dell’indipendenza,  la libertà di prendersi le proprie responsabilità.

Nessuna mediazione. Nessuna firma del genitore. NOI. Lì, in quel libretto. Tracciamo un nostro percorso, una nostra idea. Attraverso le proprie scelte lo studente si esprime, delinea una parte di sé, della propria personalità. Non esiste esame facile o test impossibile. L’università è un gioco di equilibrio: occorre saper incastrare ad hoc voglia di studiare e disponibilità di mettersi alla prova. C’è chi parla di predisposizione o di vocazione e chi quella chiamata non sente di averla ricevuta. Tutto dipende da noi. Noi guidiamo la macchina. Noi impostiamo il navigatore. Se ci ritrovassimo dispersi per strade ostili e poco sicure o se il viaggio si rivelasse più faticoso del previsto starebbe sempre a noi decidere se reimpostarlo o scendere. E scegliere un altro mezzo.

Lucia Malaguti

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