UNIVR Punk: fuori dal bar

La nascita del punk non ha una data precisa, ma trova grossomodo tutti d’accordo nel riconoscere Londra come città materna, e il 1976 come data convenzionale, complice l’apertura di Sex, il negozio londinese del produttore Malcolm McLaren e della moglie stilista Viviene Westwood, e l’incisione del primo album dei teppistelli inglesi Sex Pistols: Never Mind The Bollocks. Sono passati esattamente quarant’anni da questi avvenimenti che hanno segnato indelebilmente l’ambiente underground e contagiato le tendenze a venire di tutto il mondo.

E oggi, nel 2016, che ne è stato del punk? Dove sono finite le creste multicolore da pappagalli spaventati? I giubbotti borchiati e i pantaloni strappati, il trucco pesante, le calze a rete (anche per i ragazzi!) e gli anfibi? I tatuaggi e piercing che rendevano tutti degli allegri scolapasta disegnati?

Qualcuno una volta ha detto che il punk è morto. Impossibile negarlo. Ma in realtà si è solo evoluto, riadattato, infighettato e ammosciato tanto da rendersi irriconoscibile. Tanto da non essere più punk.
Non più punk, ma qualcos’altro: un’altra sottocultura, la sottosottocultura di una sottocultura che era già abbastanza sotto di per sé. Ma al vero punk, quello autentico, piace stare sopra. E io oggi ho deciso di rendergli omaggio.

Il tributo consiste nell’aprire curiosamente l’armadio e radunare con soddisfazione tutto ciò che c’è di nero al suo interno, per poi selezionare con difficoltà i capi più trasgressivi, qualcosa come una canottiera con la stampa di una cassa toracica, una gonna con delle calze a rete e in abbinato stivali borchiati con le catene. Trovo della ferramenta utile sparsa per casa, come un collare e braccialetti di pelle, orecchini vari ed eventuali. Ma sì, ne attacco uno anche al naso. Davanti allo specchio mi pitturo gli occhi e la bocca di nero, come se avessi appena fatto a cazzotti. Non scendo in ulteriori dettagli, ma sappiate solo che il risultato finale poteva orgogliosamente competere con il cadavere di una prostituta.

Accertatami della sobrietà dell’insieme, mi indirizzo verso la porta, ma all’improvviso giunge una voce da dentro casa:
— Porta fuori la spazzatura.
— Ma non è punk!
— Allora rovesciala e crea caos e disordine anarchico per le strade di Veronetta.

Scendo in via Mazza e mi guardo intorno: «Già, come se ce ne fosse bisogno…». Dimentica delle vestigia che stavo indossando, incrocio poi una suora e la saluto sorridendo: «Buon pomeriggio, madre!». Questa però risponde farfugliando qualcosa come «Paura» e una litania che indovino essere una preghiera.

In generale le persone dispensano sorrisi di scherno, borbottano divertite tra loro, si fermano sospettosi ad aspettare che passi; c’è chi addirittura mi evita attraversando la strada dalla parte opposta. I più mi ignorano. Viste le reazioni, comincio ad adattatami alla parte e, per sentirmi a mio agio, mi rifugio nel posto più punk che conosco: il bar della mensa. E ordino un caffè. Un caffè espressamente nero.

Qui, in verità, la fauna del Polo Zanotto mi delude, si fa monotona e banale, scontata, come un film di seconda visione: i soliti sguardi, le solite risatine, i soliti borbottii. L’unica variante si ha nel percepire la tensione solida e concreta quando mi avvicino troppo alle persone, magari solo per prendere dello zucchero, o quando rimango per troppo tempo ferma in piedi, dentro il bar, al centro e davanti a tutti, giusto per pagare o chiedere un bicchiere d’acqua.

Una cosa però è certa: a quarant’anni dalla sua nascita, per chi vuol farlo rivivere, il punk è ancora un movimento di ribellione, di trasgressione e di provocazione, che continua a generare scalpore, stupore, timore; mantiene fisso il suo obiettivo e continua a segnare punti, vive per chi vuol farlo rivivere, vive per il fine stesso di vivere ed esaurirsi al pettinarsi e al rattoppare un strappo non appena si torna a casa.

— Non ho portato fuori la spazzatura.
— Sei tu la spazzatura.
— Allora rovesciami.
— A quel punto non sarebbe più punk. Sarebbe moda.

Lara Romeo

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