Il colloquio di lavoro, ovvero l’imprevedibile virtù dell’ignoranza

Arriva un momento per tutti i giovani, universitari e non, nel quale avviene un confronto che a suo modo ridefinisce i loro destini. Leggendo queste parole, l’immaginazione vi porterà sicuramente a rintracciare quelle situazioni che sono state decisive nella vostra vita. Lascio brevemente che la vostra fantasia viaggi verso queste visioni idilliache, ma sono purtroppo tenuto a riportarvi alla realtà di tutti i giorni, fatta di tanta semina e poca raccolta.

Quando si è al liceo in pochi osano pensarci, mentre all’università è ormai una considerazione ricorrente: il confronto di cui stavamo parlando qualche riga fa è proprio il colloquio di lavoro. Perché, prima di godervi il vostro roseo futuro da adulti, vi servirà un lavoro e per trovarlo nessuno vi aveva mai spiegato che avreste dovuto parlare dei vostri “punti forti” o delle vostre “capacità relazionali”.

Il colloquio di lavoro segna per molti un vero e proprio scoglio. Croce per alcuni e delizia per altri, è la situazione che può portare a un’eccezionale esaltazione o a una gravosa demoralizzazione in base alla reazione di quell’uomo o quella donna imbellettati che vi scrutano da dietro una scrivania, facendovi presagire al peggio.

Partiamo dal principio: siete un universitario da poco iscritto in facoltà, avete la gioventù dalla vostra parte e tanto entusiasmo che vi servirà per avere la forza di distribuire curricula per tutta la città. Passate di palo in frasca, portate il curriculum dall’ufficio delle risorse umane al kebabbaro di Ahmed, dove scaricate le vostre frustrazioni ingozzandovi per la mancata chiamata di qualsiasi possibile datore di lavoro abbiate incontrato sinora.

Finalmente, prima che inizi il vostro processo di decomposizione, ricevete una chiamata da un signore dal discreto eloquio, che vi invita l’indomani per un colloquio conoscitivo presso il suo ufficio. Vi preparate: guardate tutti i video motivazionali di Marco Montemagno e Tony Robbins, stirate la camicia più elegante e la abbinate al pantalone più appropriato (ricordatevi che i jeans non valgono), e cercate per tempo su Google Maps dove andare.

È arrivato finalmente il giorno, siete emozionati e un po’ frastornati: avete festeggiato prima del tempo con i vostri amici da Ahmed e come stappa lui le birre non le stappa nessuno. Vi accorgete ovviamente di esservi svegliati in ritardo. Così vi precipitate nel luogo dell’appuntamento; sembrate essere incredibilmente in orario e in fin dei conti la corsa non vi ha nemmeno scomposto più di tanto (c’è da dire che avete i talloni grattati come un parmigiano dalle scarpe semi eleganti indossate, ma sono bazzecole). Eccovi così in sala d’attesa presso questo ufficio dall’arredamento minimal; che fate? Be’, guardate quant’è interessante quella mattonella lì all’angolo: potreste guardarla per ore. Così aspettate il vostro turno e alla fine venite chiamati. Vi accoglie l’uomo della telefonata: sguardo tagliente, barba curata e un blocchetto pronto in mano per segnare ogni vostra indecisione. Cominciate a parlare così della vostra formazione: diplomato all’accademia dei formaggi, iscritto da poco all’università e un profilo tutto sommato in linea con quello che stanno cercando in quell’attività. Così arriva la domanda fatidica: «Qual è un tratto positivo del tuo carattere?». Tentate di frenare risposte banali e con sagacia cominciate a illustrare situazioni dove il vostro carattere si sia rivelato un fattore fondamentale per superare le avversità (come la prontezza con la quale avete gestito la sbronza mattutina, per esempio). Passiamo alle domande in prospettiva: «Dove ti vedi tra 5 anni?». Evitando di rispondere «disoccupato» e pensando così a un futuro più roseo (magari al fianco di Ahmed nella preparazione delle sue delizie), tentate di spremervi le meningi per inventarvi qualcosa.

Siete a buon punto, avete superato le domande più astiose e, proprio al momento dei saluti, il selezionatore vi sconvolge con una domanda inaspettata: «Perché vuoi lavorare per noi?». Una domanda lecita, se solo vi ricordaste di quale settore si occupi quell’ufficio. Avete il cuore a mille e così cominciate a scavare nel profondo della vostra memoria. «Sarà una banca?», pensate tra voi e voi, ma poi vi rendete conto che il voto più alto che avete mai preso in matematica nella vostra carriera scolastica era stato un “riprova, sarai più fortunato” e scartate questa opzione. «Vendite» non suona poi così male, del resto ve la siete sempre cavata a parole e magari avrete cercato distrattamente qualche annuncio su un sito interinale, inviando così i vostri dati. Mentre il dubbio vi attanaglia, decidete di rinunciare a un qualsivoglia azzardo e preferite buttare una motivazione sciapa, di quelle insapori che dicono gran poco, come un «Per conciliare il lavoro con gli impegni universitari».

Così, terminato il colloquio, venite accompagnati all’uscita. Ora inizia il periodo dell’attesa: dategli tempo, non tutti del resto sono in grado di riconoscere un talento quando lo vedono. Fate solo in modo di non prendervela nel caso l’esito dell’incontro non sia positivo (evitate di radere al suolo l’ufficio del colloquio, per esempio, perché sarebbe poco professionale).

E poi, d’un tratto, venite finalmente venite assunti! Ora non vi resta che capire come diamine avete fatto ad accettare le condizioni di un lavoro da otto ore giornaliere mentre siete ancora all’università, e soprattutto dovrete munirvi di cannocchiale: quella laurea sembra più lontana che mai, specie ora che siete dei lavoratori!

Simone Rinaldo

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