Una maledizione chiamata Erasmus

Avete presente la pubblicità della Costa Crociere in cui una tizia nella vasca da bagno piagnucola, ricordando l’idromassaggio in cui era a mollo fino a qualche giorno prima? Riabituarsi alla vita di tutti i giorni può essere difficile, se hai passato l’ultima settimana a solcare i mari a bordo di una nave di lusso, sorseggiando cocktail dai nomi esotici.

Be’, anche io faccio fatica ad adattarmi di nuovo alla quotidianità. Io però non sono stata in crociera, ma in Erasmus. E, soprattutto, io sono tornata da un bel po’, dato che sono passati quasi quattro anni da quando ho salutato Kassel, la cittadina nel cuore della Germania che mi ha ospitata, e sono rientrata in Italia, portando con me una valigia decisamente più pesante di quella con cui ero partita sei mesi prima. Dentro, una bandiera tedesca coperta di dediche e una montagna di ricordi, alcuni felici, altri meno, in gran parte confusi, ma tutti, dal primo all’ultimo, insostituibili.

Visto? Dopo tutto questo tempo, non sono ancora capace di parlare – o scrivere, in questo caso – del mio Erasmus senza essere nostalgica, malinconica e melensa, e senza trasformarmi, mio malgrado, in una di quelle insopportabili persone che, per il semplice fatto di aver vissuto questa esperienza, credono di detenere una qualche verità che il resto del globo ignora. Insomma, se non siete pronti ad affrontare la depressione che inevitabilmente vi colpirà quando rimetterete piede in patria – e se non siete disposti a prendere atto del fatto che non ne guarirete mai, neanche quando avrete ottant’anni, le rughe e i capelli bianchi – allora non fatelo, l’Erasmus. Non fidatevi di chi cerca di incantarvi con parole come mi-ha-cambiato-la-vita, è-una-figata-assurda e lo-rifarei-anche-domani. L’Erasmus è una maledizione. Vi costringe a mettere il naso fuori dalla vostra noiosa, rassicurante comfort zone e vi ride in faccia mentre sgretola al suolo le certezze che avete costruito con fatica, credendole incrollabili; vi fa scoprire che posto incredibile sia il mondo in cui viviamo e poi vi rispedisce a casa, solo che “a casa” non vi ci sentirete mai più, perché dei pezzi di voi saranno per sempre da qualche altra parte; vi mette di fronte a voi stessi e vi stravolge, al punto che, guardandovi allo specchio, non vi riconoscerete più. E poi, naturalmente, compromette la vostra carriera universitaria, mette a dura prova il vostro fegato, vi fa dimenticare cosa significhi avere una vita regolare, con una dieta bilanciata e un riposo normale.

Però, sapete che vi dico? Assumetevi i rischi e lanciatevi a capofitto in questa incredibile, assurda, folle avventura. Ne vale la pena. Io l’ho fatto, e ho bevuto birra a colazione (dovevo pur abbracciare l’essenza tedesca, no?) e imparato a brindare in quindici lingue diverse. Ho assaggiato pietanze di cui ignoravo l’esistenza e preparato chili e chili di carbonara per sfamare orde di stranieri affamati, litigando con loro nel vano tentativo di fargli capire che il ketchup sulla pasta è un sacrilegio imperdonabile, in una perfetta rappresentazione del cliché dell’italiano che vuole insegnare al mondo a cucinare. E, a proposito di cliché, ho capito che serve a ben poco andare su tutte le furie al solito «Are you Italian? Pizza, mafia e mandolino!», se tu per primo sei farcito di stereotipi e luoghi comuni. Ho stretto legami speciali con persone altrettanto speciali, ma incredibilmente diverse da me, con cui ho ballato, cantato, riso, chiacchierato per ore in una lingua diversa dalla mia, fatto un sacco di cose stupide e da incoscienti: ci siamo scambiati pezzetti delle nostre storie e siamo diventati personaggi l’uno del racconto dell’altro, almeno per qualche pagina. Ho guardato il sole sorgere su una Praga ancora addormentata, raggiunto il Belgio a bordo di un minivan da hippie, ascoltato uno sconosciuto cantare gli Oasis in una Alexanderplatz gremita di gente, seduta per terra, una birra in mano e i brividi sulla schiena. E lì, in quella calda Berlino d’agosto, sulle note di Wonderwall, mi sono sentita una cittadina del mondo.

Mark Twain diceva: «Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’àncora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite». Se non vi fidate di me, allora seguite il suo consiglio. Sono sicura che anche voi, dopo, direte cose come mi-ha-cambiato-la-vita, è-una-figata-assurda e lo-rifarei-anche-domani. Una maledizione più bella non credo di conoscerla.

Elisa Pino

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