Trainspotting 2: la mia personalissima recensione

Edimburgo, 1996. Renton e compari corrono per le strade della città. Tra dosi condivise, trip e tentativi di disintossicazione. Trainspotting. Ed ecco che nasce un cult simbolo di una generazione.

Vent’anni dopo il grande annuncio: “Trainspotting 2: stessi attori, stesso regista. Al cinema.”Torniamo ad occuparci degli affari dei vecchi compari di Renton, ovvero Sick Boy, Spud e Begbie.

Il film è denso di citazioni dal primo capitolo, ma tutto ciò non è mirato a far breccia nei cuori dei fan perché è esso stesso l’argomento centrale della trama. I nostri protagonisti, infatti, ci appaiono cambiati. Abile l’utilizzo dei loro nomi di battesimo invece che dei soprannomi a cui eravamo abituati, che vogliono portarci lontano. Ma ci si rende subito conto che il tema della vicenda è di fatto la memoria, e un voler allontanarsi da essa che però ci riporta inevitabilmente al punto di partenza. Ed ecco spiegato il motivo di questo seguito, non si vuole far incasso al botteghino ma completare un cerchio.

Tutti ricorderanno che alla fine del primo capitolo il protagonista, Renton, fugge da Edimburgo con 16.000 £ e una possibilità di farsi una nuova vita. Oggi, lo vediamo tornare in città e ci basta poco per capire che la sua bella vita è in realtà una finzione. E gli altri? Si potrebbe dire che se la passano anche peggio di lui. Spud è arrivato al limite e tenta il suicidio, Sick Boy cerca di ricattare ricchi per campare e Begbie è in carcere da venti lunghi anni. Renton salva Spud, mentre Begbie evade dal carcere, ci si ritrova tutti a Pub come anni prima tra litigi e conti in sospeso. E poi?

Si ricomincia a rubare, fregare e, in maniera più leggera e sporadica, a farsi. Questo accade quando i “ragazzi” sono schiacciati dalle memorie del passato, dagli amici scomparsi e alle conseguenze delle loro terribili condotte. Chi riuscirà, inaspettatamente, e diventando quasi il protagonista a trovare una soluzione per questo circolo vizioso è il sempliciotto Spud. Lui, di fatto, nella droga ci era rimasto dentro fino al ritorno di Renton in città ma i ricordi gli danno la forza di cercare qualcosa di migliore, guardando sì al passato ma non vivendoci più dentro. Forse anche i suoi amici saranno cosi fortunati da riuscire a trarre beneficio da questo suo cambiamento di vita.

Una nota positiva al regista Danny Boyle, che in questi 20 anni è notevolmente cresciuto e ci regala parallelismi e inquadrature surreali, sempre però facendoci pensare che siano passati pochi anni dal primo Trainspotting. Cosa riuscita perfettamente anche agli attori. Non si direbbe mai che abbiano recitato decine di ruoli in questi anni ma che abbiano continuato la loro vita come appare nel film.

Si mantiene lo humour scozzese tipico, che sarebbe come quello inglese ma più incisivo e a tratti violento… se vi chiedete di cosa stia parlando date un’occhiata alla scena del bicchiere del 1996. E scene crude e spietate non mancano nemmeno in questo seguito, credetemi.

Da citare anche il colpo ben assestato con il discorso “Choose Life” di Mark, che ora più che un gioco come era vent’anni fa sembra una lamentela di un quarantenne con troppi rimpianti, anch’essi parte centrale del film.

Per concludere io non so più che altro dirvi per convincervi ad andare al cinema e spero che la mia personalissima recensione vi abbia almeno fatto venire la voglia di andare al cinema per poi potermi contraddire.

Irene Bertolini

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