Paradigmi da cambiare, un mondo da salvare

Paradigmi da cambiare, un mondo da salvare è il nome del convegno che si è svolto lo scorso 28 febbraio per merito della sezione locale della Gioventù Federalista Europea e di alcune altre associazioni universitarie, tra cui noi de La Gallina Ubriaca. L’iniziativa prosegue la serie di eventi organizzata dal GFE e inerente alla stimolazione del dibattito politico sui temi più accesi dell’attualità. Il tema da trattare questa volta riguardava la sostenibilità ambientale, con lo scopo di capire a che punto si è arrivati nel dibattito internazionale e quanto le misure che si stanno adottando siano realmente funzionali.

Dobbiamo ammettere che il GFE ha il buon vizio di creare un confronto tra più realtà, ospitando spesso figure di caratura accademica e rappresentanti di realtà giovani, con l’obiettivo di garantire un circuito di idee dibattute, moderato da pareri interni competenti. Sono stati invitati, infatti, alcuni giovani rappresentanti locali di Green Peace, Massimo Contri (dirigente del MFE) e i rappresentanti dell’associazione studentesca più estesa al mondo, l’AIESEC.

Dopo una breve introduzione della panoramica attuale e degli eventi che hanno interessato nell’ultimo periodo l’orizzonte della sostenibilità ambientale, l’incontro è entrato nel vivo con le domande dei partecipanti: l’interesse prevalente si è ricondotto al discutere delle effettive misure che verranno emanate dai governi e dell’impatto di incontri come il COP21, la conferenza del 2015 a Parigi sui cambiamenti climatici. Spesso infatti gli Stati si ritrovano in contesti come il convegno parigino per placare le alte aspettative riguardo a politiche di incidenza sull’abbattimento dell’inquinamento mondiale, che però non si realizzano, evidenziando il disinteresse delle istituzioni nel loro modello culturale e mentale che non vede prioritario un’attivazione da questo punto di vista.

Molto interessante è stato lo spunto finale inerente al tema della responsabilità sociale che ha portato verso strade di confronto molto ispirate: a una domanda inerente a una maggiore responsabilizzazione delle nuove generazioni verso comportamenti di sostenibilità, Contri ha portato l’esempio della Norvegia, che con una tassazione consistente delle società di rifornimento petrolifere ha creato un fondo patrimoniale spendibile dal governo per gli investimenti delle future generazioni. Pensateci: quella che si viene a prospettare infatti è una sicura àncora di salvataggio in caso di recessione, o un fondo in generale in grado di investire sull’identità del proprio paese per musei all’avanguardia, infrastrutture di mantenimento e tanti, tanti altri progetti. Una visione che personalmente condivido: infatti antepone a una logica del PIL una sul patrimonio (un discorso che ha animato molti invitati al convegno in effetti), mostrando come il primo esempio dovrebbe essere portato dalle istituzioni.

Non sono una persona particolarmente interessata al green, né tantomeno un cittadino virtuoso, in grado di razionalizzare ogni sua risorsa per combattere l’inquinamento ambientale. Sono un semplice universitario, a cui impegni e dinamiche quotidiane portano via tempo e, spesso, concentrazione a certe tematiche. Quello che voglio intendere è che il ragionamento da adottare non sta nell’inculcarci obbligatoriamente una pratica quotidiana “perché è giusto farlo”, come creare orti bio da mantenere (che, diciamo la verità, per noi durerebbero giusto il tempo della prossima sessione d’esami), ma nell’innestare organicamente un atteggiamento responsabile, e quindi maggiormente consapevole. Il punto di questioni come la sostenibilità ambientale è che hanno caratteristiche emergenziali. Sono di primaria importanza perché riguardano la realtà che ci sta attorno, in una prospettiva oggettiva. L’errore più grande è lasciare che il disimpegno sociale prevalga: per doversi attivare sul tema non si deve per forza incarnare una vocazione; come se per capire che qualcosa non sta andando nel verso giusto si dovesse essere illuminati dallo spirito santo! Penso che la maggiore causalità dello svincolarsi per certi punti o dell’indolenza che sta sotto alcuni comportamenti riguardi prima di tutto l’instaurazione di un valore dietro alle cose. Pensiamo all’esempio citato inizialmente da Contri sulla Norvegia: l’orientamento deve essere proprio quello patrimoniale. Una visione patrimoniale per vedere un valore dietro alla lotta alle emissioni e alle scelte civiche e responsabili del buttare una lattina nel suo contenitore. Bisognerebbe cominciare a parlarne di più e anche fare il solo sforzo di adottare un’ottica sensibile può cambiare molto: pensate a come i colori di Verona potrebbero cambiare da qui a 50 anni, per esempio. Pensate sia verosimile ritrovarsi a passeggiare per il lungadige con i soliti contrasti e colori primaverili di oggi? Potrebbe sembrare una proiezione disfattistica, ma il punto è: si pensa realmente a una prospettiva futura quando si parla di ambiente o si butta l’occhio al proprio orticello (che man mano assumerà tinte sempre più spente), pensando che tanto non accadrà a me, ma a chi verrà dopo? Anche il solo sensibilizzarsi può essere il primo passo per garantire un’inversione di tendenza nella società. Perché il cambiamento parte da ognuno di noi e dalle singole azioni quotidiane che potrebbero portare davanti a una scelta facile come prendere la macchina invece della bicicletta per andare al lavoro.

Simone Rinaldo

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