Bye bye buddy!

Il 29 marzo il Regno Unito ha ufficialmente avviato le procedure per la sua uscita dall’Unione Europea consegnando la lettera, firmata il giorno prima dalla premier Theresa May, con la quale il governo di Londra comunica al presidente del Consiglio Europeo, il liberale polacco Donald Tusk, la volontà di ricorrere all’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. L’articolo in questione regola appunto l’uscita volontaria di un paese membro dall’Unione, e la sua applicazione non aveva avuto precedenti.

La si veda come una coraggiosa presa di posizione contro la tanto additata “dittatura” europea o, al contrario, la si giudichi un’arroganza ingenua e irresponsabile verso l’Unione con la speranza che quel 52% di leave cambi idea al più presto, la Brexit è destinata a creare fortissimi sconvolgimenti sia sul campo europeo che su quello britannico.

L’Unione Europea si trova di fronte a una situazione quanto mai deleteria della propria immagine oltre che molto rischiosa per via della possibile emulazione da parte di altri Stati membri. Questa prospettiva si fa sempre più concreta, data la ormai costante perdita di appoggio e credibilità nei suoi confronti. In netta opposizione, invece c’è la crescita dei consensi a favore di movimenti o partiti, nazionalisti ma non solo, dichiaratamente antieuropeisti, che inneggiano all’uscita dal progetto europeo e al ritorno all’economia e ai mercati nazionali.

Esiste però la possibilità che i rimanenti 27 prendano questo brusco addio come una semplice rinuncia di un paese che non è mai stato il migliore dei partner. «La relazione tra l’Europa e il Regno Unito» dice Guy Verhofstadt, membro del gruppo ALDE dei Liberali e Democratici nel Parlamento europeo «non è mai stata una storia d’amore e certamente non una folle passione. Più un matrimonio di convenienza». Il 25 marzo a Roma, in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla firma dei trattati di Roma con i quali venne istituita la Comunità Economica Europea, il Primo Pilastro di quella che sarebbe diventata l’odierna Unione, capi di stato e di governo si sono riuniti con l’intenzione di «riaffermare l’impegno a lavorare per un’unità e una solidarietà maggiori».
Per quanto riguarda il Regno Unito le conseguenze saranno diverse e avranno sicuramente una portata maggiore. Un salto nel buio che per adesso sembra condurre a un altro referendum: quello per l’indipendenza della Scozia, che nel giugno 2016 votò a maggioranza per il remain.

Oltre alla gestione dei futuri confini e al mantenimento della pace con l’Irlanda del Nord, data la possibilità che anche quest’ultima abbandoni il Regno Unito e decida di ricongiungersi con la Repubblica d’Irlanda (a cui seguirebbe quindi un’entrata automatica all’interno dell’Unione), l’attenzione maggiore da parte dell’opinione pubblica è rivolta alla situazione degli immigrati, in particolare quelli provenienti dai paesi ancora membri dell’Unione. È stata proprio l’incessante crescita dei flussi migratori degli ultimi anni, insieme all’antipatia verso le politiche di austerità e al protagonismo di Londra – realtà considerata “aliena” rispetto al resto del paese – che ha condotto i britannici a scegliere la via dell’abbandono.

Accomunati dalla forte preoccupazione verso il calo di salari e occupazioni, sommata all’allerta generale verso la minaccia terroristica, i cittadini britannici hanno colto l’opportunità data dalla Brexit per manifestare la rabbiosa protesta fino ad allora rimasta inascoltata. Si teme che, considerandosi già fuori dai giochi, il governo di Londra tenda ad attuare politiche che vadano ad abbassare i diritti dei cittadini UE, utilizzandoli come una sorta di ostaggio per la fase delle trattative. Chiaro esempio di questa tendenza è il fatto che la stampa britannica sin da febbraio abbia cominciato a seminare il panico parlando di «chiusura delle frontiere dal marzo 2017», notizia subito smentita anche dall’ambasciata italiana a Londra. È stato ribadito che, fino alla sua formale uscita, prevista per il marzo 2019, il Regno Unito continuerà a godere dei diritti e dei doveri dell’Unione, e questo comporterà l’applicazione della Carta dei diritti fondamentali verso i cittadini UE residenti nel Regno Unito. Perciò questi ultimi, oltre al diritto di libera circolazione, continueranno a godere dei princìpi di reciprocità, equità, simmetria e non discriminazione rispetto ai cittadini britannici, garanzia ovviamente valida anche per i cittadini britannici residenti nei paesi UE.

Tuttavia, più dell’ispirazione che questo referendum può dare e ancor più della rabbia e della forte delusione che può provocare, quello della Brexit è stato soprattutto un evento duramente simbolico, la dimostrazione che non è affatto un’idea astratta quella dello sgretolamento del progetto europeo a fronte della volontà popolare democraticamente espressa.
Con questa consapevolezza l’Unione deve lavorare, ricostruendo le ragioni per cui credere nell’Europa e magari riuscendo addirittura a far rimpiangere ai britannici i tanto desiderati saluti d’addio.

Sara Colizzi

Annunci

Commenta l'articolo

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...