La metamorfosi del terrone fuori sede

Sono arrivate le pizze. Puoi tirare fuori le birre dal frigo? Avete letto questa frase? Bene, adesso rileggetela. E leggetela un’altra volta, per sicurezza. Se non avete notato niente di strano, allora siete salvi: non siete terroni. Se invece vi si è accapponata la pelle per cotanta ignoranza e vi siete chiesti, in preda all’indignazione, cosa ne sia stato del Sacro Verbo Uscire Usato in Forma Transitiva, allora ho delle cattive notizie per voi: siete decisamente terroni. Esattamente come me.

Potrebbe turbarvi, quindi, scoprire che a pronunciare quella frase sia stata proprio la sottoscritta. Sarà stato un paio di mesi fa, quando me ne stavo in cucina a chiacchierare del più e del meno con la mia coinquilina, in quella che sembrava una serata come tutte le altre. Sembrava, appunto. Perché d’un tratto è successo: quelle maledette parole hanno fatto capolino dalle mie labbra senza che neanche me ne accorgessi. A niente è servito scoppiare in lacrime subito dopo, pentita e carica di vergogna verso me stessa, e cominciare a urlare con fare isterico: «Uscire! Intendevo uscire! Esci le birre!». Era troppo tardi. Ero appena entrata nella terza fase.
La vita di ogni terrone fuori sede che si rispetti è infatti paragonabile a un percorso a tappe.

La prima fase ha inizio, banalmente, nell’istante in cui il terrone ottiene il titolo di fuori sede. Con la valigia piena di speranze e paure – e maglioni pesanti, ché al Nord fa freddo, e anche qualche scorta di cibo, nel caso in cui i supermercati fossero stati demoliti da Roma in su –, il terrone fuori sede si ritrova all’improvviso a chilometri e chilometri da tutto quello che conosce da una vita. Adesso è solo, impaurito e disorientato in una città nuova e lontana, e ha una sola certezza: questa non sarà mai casa sua.

La seconda fase ha inizio non appena il terrone fuori sede, contrariamente a ogni previsione, si rende conto che sì, be’, questa non è casa sua, però ci si sente a casa lo stesso, in fin dei conti. Non fraintendetemi: il terrone fuori sede non smetterà mai – e credetemi: intendo davvero mai – di sentire la mancanza di alcune cose. Il mare, il sole a gennaio, un caffè al bar con gli amici di una vita, il profumo del ragù la domenica mattina, quello che annuncia che la mamma è ai fornelli. Sono cose da niente, di cui il terrone fuori sede – prima di diventare fuori sede, si intende – nemmeno si accorgeva e che adesso gli sembrano indispensabili per essere felice. Prendete me, per esempio: vivere dall’altra parte dell’Italia rispetto alla mia Sicilia mi ha fatto rendere conto che non esiste da nessuna parte un profumo che si avvicini anche soltanto un po’ a quello di gelsomini e limoni che si respira da me. Eppure c’è stato un momento in cui ho capito che Verona, in fondo, non è così male. Non ricordo esattamente quando o come sia successo, ma so che a un certo punto ho smesso di sentirmi un’estranea in questo posto. È stata una sensazione strana ma bella, in breve sostituita dal terrore. Perché sapevo che questo significava una cosa: era soltanto una questione di tempo prima che arrivassi allo step successivo.

La terza fase è quella che sto vivendo adesso, e che non soltanto adesso mi fa dire cose orribili come «Tirare fuori le chiavi dalla borsa» o «Tirare fuori la torta dal forno», ma che addirittura a volte mi fa mettere l’articolo prima dei nomi femminili, che qualche giorno fa mi ha fatto riferire al ragazzo di una mia amica con la parola «moroso» e che, un paio di settimane fa, mi ha portato a dire a mio padre di «essere presa con le bombe». Il silenzio dall’altra parte del telefono mi ha fatto rendere conto che «essere presa con le bombe» non avrebbe significato assolutamente nulla per me, prima di trasferirmi qui, e che quindi lui si stava probabilmente chiedendo se fossi diventata completamente scema e se valesse davvero la pena continuare a pagarmi gli studi. Per non parlare di quando mi sono accorta, non senza sentirmi una sporca traditrice, di capire le discutibili barzellette in dialetto veneto raccontate dai miei amici: in quel momento ho avuto davvero, davvero paura. Da allora mi domando spesso quanto manchi ancora alla quarta fase, ovvero quella in cui un po’ del tuo accento irrimediabilmente terrone se ne va. Però mi è bastato salire sull’autobus ieri per rassicurarmi.
«Scusi, questo ferma in stazione?»
«Ah, ma sei siciliana?! Anche io!»
Per la quarta fase mi ci vuole ancora un sacco di tempo. E menomale.

Elisa Pino

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