PSYCHIATRIC CIRCUS: Resoconto finale

«Lei è un nuovo paziente? Si sieda comodo e mi dica di quale patologia mentale soffre. Schizofrenia, oligofrenia, allucinazioni conturbanti, paranoia ansiolitica allo stato avanzato con spasmi e occhio ballerino? Non si preoccupi è arrivato nel posto giusto. Mi scusi se non mi sono ancora presentato: sono padre Josef, nonché dirigente e medico del rinomato, e tanto amato, manicomio cattolico di Bergen. Se in questo momento sta sentendo strani rumori come urla, risate, pianti e sedie scaraventate sul muro, la informo che è normale. Non è frutto della sua pazzia, almeno per ora. Qui riserviamo un trattamento speciale per ogni forma di follia singolare. Non si preoccupi di che cosa le potrebbe accadere qui dentro. Le assicuro che è in ottime mani. Le consiglio solo di non far troppo arrabbiare il guardiano. Sì, quello che gira con la catena di ferro tra le mani. È uscito da poco dalla nostra clinica ed è un pochino suscettibile… insomma, lo dico per lei».

Ecco, questo potrebbe essere un ipotetico discorso di benvenuto che avreste piacevolmente udito, con tanto di giocosa musica parigina anni Trenta come accompagnamento, allo Psychiatric Circus che è stato a Verona fino al 7 maggio scorso. Non lo trovate agghiacciante e al tempo stesso affascinante? A parer mio lo è molto. Anzi, oserei dire che tutto lo spettacolo è stato alquanto esilarante.

I ritmi scenici erano sostenuti, i tempi comici erano azzeccati, gli attori acrobati riuscivano sempre a restare nel loro personaggio deliziosamente molesto e inquietante al punto giusto. Ogni aspetto era così minuziosamente curato da riuscire a tenere sveglio e curioso qualunque malcapitato veronese volenteroso di addentrarsi nel regno del delirio.
Ma di che cosa trattava questo circo così spericolatamente alternativo? Semplice: andava a mettere in luce i casi di persone “differenti”, internate in istituti psichiatrici, ma soprattutto i tragici metodi di cura, i traumi e gli abusi vissuti dai poveri pazienti. Sì, in poche parole era una sorta di denuncia sociale semi velata da una forte presenza di battute satiriche e ironiche, di riflessioni provocanti, di attimi di dolcezza e sketch macabri alla American Horror Story (fiction televisiva da cui inizialmente era partita l’ideazione di questa stravagante opera circense).
Il vero obiettivo, come aveva spiegato la navigata regista Sandy Medini, era quello di non farci dimenticare alcune realtà scomode del passato e soprattutto di sensibilizzarci e ricordarci che l’aver un deficit psichico non vuol dire essere incapaci di creare qualcosa di buono nella propria esistenza. Inoltre i comportamenti e i ruoli che volontariamente o involontariamente assumiamo sono il frutto di una serie di processi che avvengono in base al contesto in cui siamo inseriti e questo lo psicologo Philip Zimbardo ce lo aveva ben chiarito anni fa. Ma alla fine qual è la soglia che divide la sanità mentale dalla degenerazione? Il dottor Josef ci ricorda che la follia non è un problema di qualità del nostro stato psichico, ma di quantità. Quello che ci voleva far comprendere è che in tutti noi esistono e si esprimono varie forme di pazzia e, forse, il numero di volte in cui un sintomo stesso si presenta in un individuo è il fattore più attendibile su cui basarsi. Invece per voi quand’è che una persona è ascrivibile all’accezione di “pazzo”?

Il denudarsi emotivamente e concretamente di fronte agli altri era la norma principale di questa messa in scena. Il linguaggio colorito usato, che passava dai tecnicismi per sfociare in simpatici francesismi, sicuramente aiutava a liberarsi dai propri schemi mentali e a far sentire il pubblico più coinvolto. Alcuni spettatori hanno avuto persino l’opportunità di esser platealmente matti, salendo sul palco assieme ad alcune figure trascinanti del cast, come per esempio l’indimenticabile furbacchione Alberto (interpretato dal poliedrico performer Alberto Gamberini, spalla destra del celebre attore Paolo Poli) che con la sua personalità istrionica aveva fatto arrossire più di qualche signora.
Ovviamente ci tengo a sottolineare che tutti gli elementi della troupe sono stati fondamentali per mettere in piedi un’atmosfera simile, come Tito il ginnasta incurabile, Aurora la trapezista dispettosa, Martina la pittrice eterna bambina e Suor Graziella l’acrobata spogliarellista osé (…) e tanti altri ancora.

Per farla breve, nessuno lì dentro era santo, intriso di purezza e di sola innocenza; ogni personaggio celava il proprio lato nero, difficile da accettare. In fin dei conti, come ognuno di noi.

Valeria Pegoraro
(Valérie Blueor)

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