Caro Lovecraft, grazie per gli incubi

Non è mai semplice parlare di uno scrittore, chiunque esso sia. Gli scrittori sono gente strana, particolare, quasi sempre immersi nei loro pensieri ad analizzare la vita per trovare l’ispirazione anche nei più reconditi dettagli della realtà. Per questo motivo uno scrittore come Lovecraft è un argomento ancor più delicato da trattare, perché il Solitario di Providence non solo conduceva una vita relativamente tranquilla per uno scrittore e un uomo della sua epoca in cui i disturbi della psiche erano sempre più frequenti, ma perchè non traeva ispirazione da idee razionali, elementi comuni, ma bensì dallo spazio onirico della sua mente, uscendo anche dai binari precedentemente scavati da un altro scrittore che molti gli associano, cioè Edgar Allan Poe.

Howard Philips Lovecraft è divenuto famoso solo dopo la sua morte e spesso ancora oggi lo si passa semplicemente come autore fantastico, senza realmente intuire la grandezza della sua scrittura, precorritrice dei tempi e bistrattata come tale. Dobbiamo renderci conto che senza Lovecraft oggi non avremmo scrittori quali Stephen King, che, per sua stessa ammissione, sono rimasti profondamente colpiti dall’universo creato da Lovecraft.

Tutti abbiamo almeno una volta nella vita sentito parlare di Cthulhu, un grande essere pronto a distruggere il nostro mondo se risvegliato. Certamente ciò è veritiero, ma decisamente limitato. Lovecraft è riuscito, partendo dai suoi incubi, a creare un universo che risulta atrocemente coerente e all’occhio umano contemporaneamente confuso e senza logica. Leggendo le opere di Lovecraft, in gran parte racconti, il lettore si trova trascinato suo malgrado in un mondo che è il nostro mondo, ma visto con gli occhi di chi vede ben più della normalità, che scorge le cose che abitano l’Altrove, presenze inquietanti, viscide e sempre presenti che i nostri sensi non recepiscono, ma che Lovecraft è in grado di far percepire come un brivido lungo la schiena, un sussurro immaginario nell’orecchio, una domanda nel cervello che sorge tremante:” Se avesse ragione?”.

Non è assolutamente possibile incasellare la scrittura di Lovecraft in un genere, anzi i suoi scritti ne generano uno che è rimasto florido negli anni. È qualcosa che va al di là del semplice horror fantastico, aldilà del giallo grottesco di Poe. In qualche modo è riuscito a creare qualcosa capace di ridurre adulti responsabili e coerenti ad avere paura del buio, ricreando le paure più infantili e dimenticate, ricordando a cuori maturi ed alteri il terrore che li attanagliava da piccoli, quando un rumore in una stanza buia poteva significare morte certa, la bambola di porcellana della nonna era pronta a saltare in piedi in ogni momento e l’improvviso verso di un gufo la sera era in grado di far partire una corsa a rotta di collo che si fermava solo tra le braccia della mamma.  Il gran merito che poco si riconosce ad Howard è quello di aver fatto provare la paura dell’ignoto a chi crede di conoscere tutto ciò che la realtà ha da offrire, riuscire a far dubitare della propria razionalità e coerenza anche il materialista più coriaceo. Nei suoi scritti niente è ciò che sembra, anche gli assiomi più basilari della realtà vengono derisi dalle creature che abitano e camminano al di fuori del nostro universo. Ogni suo racconto è una spirale che conduce verso un basso luogo di paura, dal quale si sogna di scappare, ma che invoglia e fa pressione sulla naturale curiosità umana che porta infine alla rivelazione di verità sconcertanti, che lasciano il lettore a bocca aperta e il protagonista spesso pazzo. Così una gita i barca si trasforma in un viaggio su un bagnato deserto di melma nera che rivela l’esistenza di grandi creature abissali alte come palazzi e lo strano coinquilino finisce per creare una macchina per riuscire a vedere ciò che è invisibile agli occhi e che segnerà il destino di tutti.

Con tutta probabilità, lo spirito di Lovecraft si sta ora godendo un meritato riposo, placidamente adagiato sulle pendici del cratere che gli è stato dedicato su Mercurio, mentre osserva le stelle, casa delle sue divinità, sorseggiando buon tea in compagnia di Yogh Sothoth e di Azathoth, accompagnati dal suono di flauti con Cthulhu che si affretta tra teiere e padelle in divisa da cameriera francese.

                                                                                                                     Luca Ortolani

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