Chi ha ucciso Hannah Baker?

Il 31 marzo Netflix ha sganciato l’ennesima bomba sul web: 13 Reasons Why semplificato in italiano con il titolo Tredici. Tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher, la serie TV ideata da Brian Yorkey ha generato, oltre che orde di schieramenti di haters e lovers, anche controversie riguardanti il contenuto “pericoloso” del teen drama.
In 13 puntate scopriamo pian piano i motivi per cui la giovane Hannah Baker ha deciso di togliersi la vita. Prima di farlo però ha deciso di registrare 13 cassette e ha incaricato una persona fidata di consegnarle a coloro che a suo dire sono i responsabili. Tutto questo però è visto dagli occhi del timido Clay Jensen, un suo amico, che ascolta ogni cassetta con esagerata difficoltà (e lentezza). La regia gioca molto muovendosi costantemente tra il passato di Hannah attraverso le cassette e il presente di Clay che le ascolta e gli altri ragazzi coinvolti che temono che la faccenda sfugga loro dalle mani e diventi pubblica. A questo gioco temporale si aggiungono anche una serie di deliri mentali di Clay, sempre più confuso e impaurito dallo scoprire la verità, che rende il tutto molto dinamico e interessante.

I temi sono chiari sin da subito: bullismo, suicidio e sensi di colpa. Ed è proprio su questo che verte la controversia: è possibile che questo show inciti al suicidio? In che maniera?
L’idea che il suicidio possa in qualche modo essere un riscatto, una vittoria, sapendo che chi ne è responsabile si sentirà per sempre in colpa per ciò che ha fatto, può essere un motivo più che sufficiente per convincere i teenagers che già sono toccati da questa problematica a compiere un gesto avventato. La serie, a differenza del libro, non chiarisce abbastanza che Hannah soffrisse di disturbi mentali e perciò ci sembra che la sua sia una decisione totalmente razionale e comprensibile. Per di più, verso le ultime puntate ci sono scene parecchio forti che possono in qualche modo disturbare gli spettatori.
Per questi motivi molte autorità sono preoccupate per i riscontri che questa serie TV potrebbe avere sulla salute dei giovani, anche considerando il fatto che stia riscuotendo molto successo in tutto il mondo. In varie scuole americane e canadesi, infatti, sono state inviate lettere di avvertimento ai genitori di tutti gli studenti, sconsigliando la visione della miniserie ai loro figli.
Selena Gomez, produttrice esecutiva, ha dichiarato che lo show abbia un altro fine meno aspro: quello di aumentare la consapevolezza generale di questo problema reale. Ha inoltre aggiunto: «Volevamo rendere giustizia alla storia. Le critiche arrivano sempre. Non è un tema facile da affrontare, ma io sono comunque contenta di come la serie stia andando». Infatti, per la gioia dei fan, si sta già programmando una possibile seconda stagione ancora più ansiogena e con nuovi temi.

Nonostante tutte queste complicazioni, devo ammettere che, personalmente, non ho sentito affatto questa famigerata pesantezza. Tutt’altro, sono rimasta incollata allo schermo fino al tredicesimo episodio, curiosissima di sapere come sarebbe finita. Tantissima suspense e nuovi intrecci rendono la trama ancora più interessante di quanto già non sia. Penso che il bello delle serie TV, dei film o dei libri, sia proprio il fatto che spesso siano finzione e che non ci si debba lasciar condizionare troppo facilmente, altrimenti sarebbe meglio buttare il PC o la televisione dalla finestra e isolarsi nel silenzio.

Le critiche, ad ogni modo, ricoprono anche altri campi, come il trucco (in effetti non c’è niente di più fake della ferita che ha Clay sulla fronte dopo esser caduto dalla bici), o la capacità recitativa degli attori. Ma, di nuovo, penso non siano niente male, e mi è piaciuta particolarmente la performance dell’attore Brandon Flynn che interpreta Justin Foley, passando da cattivo ragazzo a vulnerabile creatura senza che me ne accorgessi. Inoltre credo che la fotografia generale sia molto carina, e su questo Netflix non sbaglia mai.
Per concludere, invito tutti coloro che non soffrono di depressione o altri disturbi correlati a guardarlo (se non l’avete già fatto) e farvi da soli un’idea.

Silvia Botticelli

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