50 minuti al buio

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono».
Miei cari lettori, sapete a quale personaggio appartengono tali parole? No, non fate i furbi avvalendovi del tanto amato copia incolla su Wikipedia, ma piuttosto ragionate o provate almeno a spremervi le meningi.
Per aiutarvi vi do alcuni indizzi: cercate di visualizzare nella vostra mente un luogo in cui il silenzio è solo un vecchio ricordo, o forse quella base della quotidianità che nessuno è più in grado di sopportare, perché il rumore si presenta come il principale punto di orientamento per ognuno. Un posto in cui gli odori, che siano gradevoli o no, sono uno dei pochi barlumi di luce, per cogliere e visualizzare ogni possibile forma di pericolo o di vantaggio per sé stessi.
Se state pensando a qualche autore tendente alla letteratura apocalittica, vi state avvicinando, però vi informo che non si tratta solo di un libro, ma di molto di più.

E se vi parlassi di una società in cui, tutto ad un tratto, ogni cittadino diviene cieco, per un motivo non ben definito, e viene internato in un manicomio per il proprio deficit assieme ad altri suoi simili, a che cosa pensereste? O se vi rinviassi all’immagine di una sorta di prigione psichiatrica in cui ogni “malato da eliminare” viene indotto a compiere le più gravi atrocità per sopravvivere o per dar sfogo alle proprie perversioni in nome di quella cecità colletiva capace di allentare tutti freni inibitori (…), che cosa mi rispondereste? Suvvia siate temerari e non abbiate paura di pronunciarvi.
Probabilmente molti di voi avranno già capito a che cosa mi sto ricollegando, ed è proprio a questi ultimi che dico: «Noi, Silvia ed io, abbiamo vissuto questa realtà bestiale per 50 minuti della nostra esistenza». Per farla breve, e per rompere quell’alone di mistero che tanto mi diverte, vi avviso che mi sto riferendo al nuovo corto teatrale Cecità, eseguito dalla compagnia della Fucina Culturale Machiavelli il primo e il 2 luglio scorsi tra le mura di Forte Sofia a Verona.
Un’opera scritta dalla giovane e promettente drammaturga Sara Meneghetti che con molta eleganza è riuscita a realizzare una trasposizione fedele, entro i limiti del possibile, dell’omonimo capolavoro Cecità del portoghese Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1995.

Un esperimento drammaturgico e recitativo che ha abilmente coinvolto lo spettatore, facendolo divenire parte integrante e attiva nel gioco delle parti. Un’opera corale che si avvale delle voci e della musiche originali dell’orchestra e dei cori della Fucina, che, sebbene siano state registrate nell’edizione di quest’anno, ricreano allo stesso modo quel senso di avvolgimento e immersione nell’atmosfera surreale e tremenda creata da Saramago.
Vi è inoltre molta cura e riguardo nel riportare scene tragiche, come per esempio quella dello stupro di gruppo, che grazie ad una scelta di soluzioni simboliche e mai eccessivamente esplicite hanno dato vita ad uno spettacolo alla portata di tutti, non andando,
allo stesso tempo, a cancellare ed edulcorare la forte provocazione lanciata dal rinomato letterato portoghese.
Un messaggio che si scaglia indirettamente contro la pigrizia e la voluta incapacità dell’essere umano contemporaneo di vedere e cogliere quei subdoli meccanismi di spersonalizzazione e di deresponsabilizzazione  che tipicamente s’instaurano nelle attuali società di massa, portando il cittadino a divenire socialmente impotente e soprattutto ceco di fronte alle amare evidenze.

In poche parole l’intento è risultato ben riuscito anche grazie ad un preparato cast di attori che, come sottolinea la nostra Silvia, ha dato prova di sé, svolgendo un grande lavoro di coordinazione ed interazione con il pubblico, però senza mai scadere nella recitazione mediocre e palese.
Infine, per concludere in bellezza, dobbiamo ammettere che per entrambe è stata un’esperienza davvero interessante e particolare che consigliamo a tutti voi di provare in futuro, nel caso in cui vi si presentasse un’occasione simile.

Valeria Pegoraro
(Valérie Blueor)

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