Umanità

Viviamo in tempi stupefacenti. E non tanto per le innovazioni tecnologiche o i miracoli della scienza, ma per lo stupore che balena sulle nostre labbra di fronte all’infinita stupidità del genere umano.
Certamente non parlo delle giovani matricole che stanno leggendo queste righe; la loro innocenza – per fortuna – è il filtro più puro e sincero per contrastare qualsiasi sovrastruttura a cui s’è ancorata la nostra società. Mi riferisco piuttosto ai sotterfugi, alle menzogne, agli inghippi e ai magheggi di chi si adopera con ostinazione a rendere innaturale la propria coesistenza con le persone. Questi individui sono avidi e boriosi – un po’ come fossero un misto tra Gargamella dei Puffi e Mr. Burns dei Simpson – e non perdono mai l’occasione di tuffarsi nella vanagloria e di inneggiare all’egocentrismo.
L’università però non ha nulla a che fare con tutto questo. È un luogo di condivisione del sapere che porta alla luce le nostre più grandi qualità e le rende buone, oneste. Ed è così che in un attimo si condividono appunti, idee, esperienze e – perché no? – trombamici. E chi ancora fa pagare gli appunti e i libri fotocopiati (non evidenziati, mi raccomando) non solo è taccagno, ma è anche un po’ infame. Come si fa a dare un prezzo alla naturale consuetudine di tramandare le nostre conoscenze al prossimo? La moneta di scambio dovrebbe piuttosto comporsi di caffè, spritz e serate in compagnia, evitando la mercificazione del sapere e promuovendo una sua più equa ripartizione.
Comincio a pensare che la perdita di questo rapporto autentico tra le persone sia dovuto all’imposizione di ruoli preconfezionati e di etichette che ci appiccichiamo addosso, a volte senza nemmeno rendercene conto. Ed è questo il gioco delle parti che ci permette sempre di rispondere «Bene» a un «Come stai?» e che ci invita a non mostrare mai debolezze e imperfezioni. Questa anaffettività è comunemente accettata e il suo scopo è quello di farci comodamente nascondere dietro a un velo di apparenze, confidando nella disattenzione sociale di chi ci sta accanto. Vorrei tanto però che fosse ormai giunto per tutti il tempo della resa: abbassati gli scudi e riposte le armi, avremmo finalmente l’occasione di ritrovare la nostra trascurata umanità.

Michele Tacchella

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