Blade Runner 2049

Terra, anno 2017.
Il mondo è in rovina, distrutto dai sequel cinematografici che hanno fatto crollare i pilastri del grande schermo. Dalle ceneri di questo mondo però l’idea che lo distrusse restò viva e venne acquisita da Hampton Fancher e Michael Green che diedero vita a Blade Runner 2049, un film dalle idee molto stuzzicanti.

Ti è piaciuto il primo capitolo? Bene, non ti preoccupare, perché il regista Denis Villeneuve è riuscito a imitare molto bene lo stile narrativo di Ridley Scott, aggiornandolo solo un poco; un passaggio di testimone non troppo brusco, che al contempo è riuscito a soddisfare le nuove generazioni, con sequenze decisamente più rapide, poche chiacchiere e tanti fatti, e a lasciare il giusto spazio per tessere una trama decisamente accattivante.
Tutto in questo film si evolve e bisogna prestare particolare attenzione perché il mistero da risolvere è un immenso nodo da sbrogliare al buio con una mano legata dietro la schiena.
Metà del piacere sta nell’immedesimarsi nell’agente K-*random* e provare a risolvere il caso, analizzare i fatti, ascoltare le persone, porgere l’occhio a destra e a sinistra in cerca di indizi (o in tutte e due le direzioni contemporaneamente come fa il buon Ryan Gosling) e vedere dove le nostre supposizioni ci portano.
L’altra metà del piacere sta nella magnifica fotografia di Roger Deakins e nella colonna sonora firmata Hans Zimmer che questa volta sembra aver scritto più di due note al giorno (no, sul serio, ottimo lavoro. 6 centimetri di pelle d’oca).
Interessante anche il background del film: avete notato che le scritte dei palazzi sono in russo, le pubblicità sono in cinese ma le scritte in inglese sono ben poche? O anche la suoneria dei prodotti Wallace che, se non l’avete riconosciuta, è Pierino e il lupo, celebre opera Made in URSS. È forse perché la superpotenza americana è stata surclassata da zio Vladof e dal suo vicino Mandalino? Una bella batosta per gli egocentrici americani non trovarsi più al centro della loro stessa attenzione.
Un altro piccolo fun fact va al poster spaccato in due dai colori: sul lato dove c’è il volto di Harrison Ford è blu, mentre dal lato di Ryan Gosling è rosso. Questo è un richiamo ai colori dominanti dei due film dove gli attori sono protagonisti: blu per il primo e rosso per il sequel (controllate pure su thecolorsofmotion.com).

Se dovessi dividere il film in sequenze, ne risulterebbe una marcatura netta sui colpi di scena relativi al protagonista, i quali sono così cruciali da cambiare lo stile narrativo del film: prima lento e riflessivo, poi veloce e frenetico. Un continuo mutare del piano temporale che si evolve a seconda di come procede l’indagine del protagonista, che muta anch’egli nel comportamento e nel pensiero.
Nonostante questo replicante (non è uno spoiler, lo dicono all’inizio) sia solo un organismo biologico incapace di provare emozioni e creato solo per seguire ordini e direttive, scopriremo che intrattiene un rapporto con “Joy” (Ana de Armans) un programma virtuale di compagnia.
Apparentemente si tratta di algoritmi matematici che si relazionano tra di loro, ma questo “rapporto reciproco” cresce e muta durante la storia, perciò mi viene spontaneo chiedere: è amore o perfezione matematica? (Parafrasando Neander Wallace, il mistico e trippato capo della nuova azienda di replicanti, interpretato da Jared Leto).
Un tema, quello dei sentimenti artificiali che sta prendendo sempre più piede nel mondo dell’intrattenimento multimediale moderno; lo si può trovare sia in altri film (come Ex Machina) sia in serie televisive (come Westworld).
Ma è davvero possibile che due organismi artificiali possano far evolvere i loro programmi per provare emozioni sintetiche? E se così fosse, li renderebbe per quanto possibile “umani”? Nel primo Blade Runner, il motto della Nexus era «Più umano dell’umano». Può darsi sia davvero così.
I replicanti ora si evolvono, riescono a pensare utilizzando il libero arbitrio, il che li rende capaci di mentire. Una cosa facile all’umanità, ma impossibile per una macchina.
Mentire. Anche questo è un punto importante del film. Una morte sarà mascherata da una bugia, una fuga da una mezza verità e, alla fine, tutto si concluderà con un «sì» fasullo. O almeno spero, non voglio vedere questa saga precipitare come è accaduto con Terminator.

P.S.: Blackout 2022, 2036 Nexus Down, 2048 Nowhere to run. Tre corti stupendi e introduttivi al film; li trovate su YouTube e sono consigliatissimi.

Pietro Pertegato

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